Un numero verde a pagamento ?!? LOL

settembre 30, 2011 alle 4:04 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO | 2 commenti
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 Ne ho viste tante eh … ma questa è una novità anche per me: un numero verde a pagamento !!! Altroconsumo denuncia Expedia all’Antitrust:

Nella sezione del sito Expedia dedicata alle crociere – in alto a sinistra – è segnalato un numero da utilizzare in caso di necessità di assistenza. Si legge “Bisogno di assistenza? Numero verde 011 197 41 32”.
Peccato che sia un normalissimo numero telefonico a pagamento, come si deduce dal prefisso (è un numero di Torino). Però cascarci è facile: il numero, preceduto dalla scritta “Numero verde”, ha i colori e la grafica caratteristici dei veri numeri verdi, quelli del tutto gratuiti per chi chiama (i costi li paga chi risponde).

Expedia fa comunicazione ingannevole
Abbiamo provato a fare una telefonata a Expedia, al numero indicato sul sito, chiedendo se si trattava di un numero verde. Ci è stato candidamente risposto che si tratta di un numero cittadino e che il costo della chiamata dipende dagli accordi che il consumatore ha con il proprio operatore (ovvio). Complimenti per la sincerità, ma allora perché non lo dite subito?

L’Antitrust deve condannare i falsi numeri verdi
Qui di verde vediamo solo tingersi le tasche di chi chiama, magari da una città molto lontana da Torino (anche a Bari o a Trieste si va in crociera), e si sofferma, giustamente, a chiedere tutte le informazioni necessarie prima di prenotare.
Fate attenzione: i numeri verdi autentici devono sempre cominciare con 80…, seguito da una terza cifra variabile.
Abbiamo chiesto all’Antitrust la rimozione immediata della scritta e la condanna di Expedia.

Giusto per la precisione: il Piano di Numerazione nel Settore delle Telecomunicazioni, di cui alla Delibera AGCOM n. 26/08/CIR e successive modifiche, stabilisce all’art. 7 “La terminologia di uso comune “numero verde” è associata, nelle informazioni e nella pubblicità, con qualunque mezzo diffuse, ai soli servizi offerti su numerazioni per servizi con addebito al chiamato, a qualunque rete appartenga il chiamante” e, all’art. 16 “I codici 80X identificano la categoria specifica dei servizi di addebito al chiamato. Il fornitore del servizio può limitarne l’accessibilità. Solo le numerazioni appartenenti a questi codici possono essere denominate, secondo una terminologia di uso comune, numeri verdi”.

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Pubblicità: diritto vigente e diritto vivente …

settembre 29, 2011 alle 7:29 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO | 2 commenti
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Sono sulla via del ritorno da Foligno dove, nell’ambito di questo convegno, mi sono trovato a cercare di spiegare a 300 ragazzi delle scuole superiori cosa sono le pratiche commerciali scorrettte, in particolare nel settore alimentare. 

E’ stata anche l’occasione di conoscere Adriano Zanacchi, un piacere ascoltarlo parlare di pubblicità e molto altro.

Quando ha spiegato con molta efficacia il nag factor, l’effetto assillo che minori inconsapevolmente condizionati dalla pubblicità possono operare sui genitori in modo che questi acquistino il prodotto ripetutamente reclamizzato, mi è sembrato utile ricordare che, in realtà, questa tecnica di manipolazione è chiaramente da ritenersi illecita in Italia, in quanto ricompresa tra le pratiche commerciali considerate in ogni caso aggressive e quindi vietate – art. 26 comma 1 lettera e) del Codice del Consumo: salvo quanto previsto dal decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, e successive modificazioni, includere in un messaggio pubblicitario un’esortazione diretta ai bambini affinchè acquistino o convincano i genitori o altri adulti ad acquistare loro i prodotti reclamizzati. Ho però subito dopo sentito la necessità di aggiungere che i diritti che ci riconosce la legge come consumatori e cittadini rimangono sulla carta se non li rivendichiamo quotidianamente e non ce li andiamo a prendere con determinazione.

Il Prof Zanacchi mi ha regalato una copia del suo ultimo libro “Il libro nero della pubblicità – potere e prepotenze della pubblcità sul mercato, sui media, sulla cultura” che sto leggiucchiando in treno.  Nell’epilogo si legge: 

La digitalizzazione e i new media, soprattutto Internet e i telefoni cellulari, stanno profondamente cambiando il quadro complessivo della comunicazione e del modo di comunicare: un quadro denso di incognite che riguardano anche il futuro della pubblicità che del resto, per sua natura, è una forma di comunicazione perennemente in crisi, sia sul piano della creatività, sia su quello delle modalità diffusive. Essa resta, tuttavia, la fonte prevalente, e spesso unica, del finanziamento dei media con i quali continuerà a condividere le sorti. A breve termine non sembra in gioco la Tv generalista, ma già qualcuno prevede una crisi profonda degli spot, a causa della loro prepotente invadenza e della petulante ripetitività. Anche la pubblicità palese su Internet non è certo gradita ai navigatori, come varie ricerche hanno già messo in luce, e non si parla più di un suo sviluppo impetuoso. Al tempo stesso la fiducia nella capacità di realizzare una comunicazione commerciale fondata sul dialogo tra impresa e consumatori sembra svanire: la promozione del consumo è fondata sulla competizione tra le imprese, che sono sospinte all’attacco, all’aggressione, all’intrusività. Esiste così il timore che la via d’uscita si risolva in un dilagare senza freni della pubblicità nei tessuti informativi e spettacolari della comunicazione, del quale la legittimazione del product placement non è che un leggero antipasto.

L’invasione totale dei messaggi commerciali in ogni forma di comunicazione si rivelerà, per le imprese, una vittoria di Pirro. Per i media sarà la definitiva perdita di ogni autonomia di fronte alla prepotenza della pubblicità in tutte le sue forme. Gli uomini di marketing impazziranno, per l’impossibilità di impostare qualsiasi strategia di comunicazione, mentre i consumatori subiranno, senza rendersene conto, gli stimoli a comprare nascosti, più o meno abilmente, nei film, nei varietà, nelle riprese sportive e negli stessi notiziari giornalistici, stampati e radiotelevisivi.

Senza una profonda revisione del sistema che si è creato, che richiede il concorso convinto di tutti i competitor, sarà la fine di ogni regola e le leggi, i codici, le carte che oggi tentano, a fatica, di salvare il salvabile finiranno per diventare carta straccia. Sarà, in definitiva, una sconfitta per tutti.

PS: il convegno di Foligno era coordinato, o meglio, animato! dalla Iena Mauro Casciari, simpatico e soprattutto molto trasparente quando ha tenuto a precisare ai ragazzi che anche la trasmissione per la quale fa l’inviato non è scevra da limiti, a fronte degli ingenti investimenti pubblicitari che riceve …  Appunto !

Rettifica blog: non è l’Armageddon della Rete, è molto più semplicemente una coglioneria

settembre 28, 2011 alle 9:05 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | 2 commenti
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Ritorna d’attualità il ddl intercettazioni e con esso il comma 29 del suo articolo 1, ribattezzato l’ammazzablog, quello del bavaglio alla Rete insomma … qualcuno mi ha chiesto beh … che fai ? che ne pensi ? non dici nulla ?

Personalmente rimango d’accordo con me stesso 😉 a mio avviso questo comma del ddl intercettazioni, prima ancora che porre una limitazione della libertà di informazione in Rete, è una grossa coglioneria, l’ultima volta che se ne è discusso più di un anno fa avevo consigliato ai nostri cari Parlamentari di andare al mare a rinfrescarsi le idee … Ora, siccome errare è umano ma perseverare è diabolico applicherei un upgrade consigliando loro di andare direttamente a casa … non tanto perchè questa norma se approvata sarà l’Armageddon della Rete, a questo non credo, quanto più semplicemente perchè siamo stufi di vedere discutere il Parlamento di norme scritte male, sciatte, obsolete e, bene che vada, inutili

Per una analisi più approfondita  reincollo di seguito il mio post di poco più di un anno fa:

Rettifica blog: Cari Parlamentari andate al mare, rischiaritevi le idee e se ne riparla a settembre, ok ?

luglio 28, 2010 alle 5:00 pm | Pubblicato in CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | 5 commenti Modificare questo articolo
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Scrivevo qualche tempo fa: Come si è avuto modo di notare in questi pochi anni di esperienza, il diritto del cyberspazio deve sì essere necessariamente creato, inventato, ma i principi giuridici fondamentali presenti nelle varie giurisdizioni e in parte a esse comuni possono risultare sufficienti, con qualche sporadica eccezione, a fondare le norme necessarie a regolamentare le nuove fattispecie che si vanno a diffondere in Rete a patto che queste ultime vengano comprese e affrontate nella loro diversità rispetto a quelle analoghe del mondo “reale”. Occorre, in sostanza, avere ben chiaro che trattare di aste non è e non può essere la stessa cosa che trattare di aste online così come che i nomi a dominio non possono essere regolamentati tout court come i marchi e/o i nomi.

Ora, va da sè che anche blog o social network o, tanto meno, i c.d. “siti informatici” per voler riprendere il gergo dozzinale quanto patetico nella sua assurda pretesa di omnicomprensività, del comma 29 dell’art. 1 del DDL intercettazioni, non sono e non potranno mai essere la stessa cosa di quotidiani o riviste periodiche e che, pertanto un Legislatore anche non particolarmente avveduto, ma che possa perlomeno ancora definirsi tale, non dovrebbe neanche lontanamente ipotizzare di traslare rudimentalmente ai blog e “siti informatici”, con una certa dose di volgarità, l’istituto della rettifica.

Di parole al vento ne ho lette tante in questi giorni, devo dire, per vero, alcune volte anche da parte di chi giustamente si oppone all’approvazione di questa norma e allora forse non fa male brevemente rispolverare i fondamentali sull’istituto in esame, una lettura utile dunque, sintetica ma esaustiva per farsi un’idea, è questa che ci fornisce il blog dello Studio Legale Finocchiaro:  10 cose che non si possono non sapere sull’obbligo di rettifica per i blog

Una lettura che consiglierei in primis ai parlamentari che saranno chiamati ad esprimere entro breve il loro voto definitivo sul testo del ddl intercettazioni e quindi anche sul suo comma 29 art. 1. Dico questo sommessamente e con riverenza – non sia mai che, se approvata, debba essere il mio blog la prima vittima dell’applicazione della nuova disciplina – ma anche con una certa preoccupazione civica che ha avuto un sensibile picco ieri notte e da allora si mantiene su livelli elevati, stavo, infatti, girovagando per il web e mi sono imbattuto in questo post del blog dell’On.le Ciccanti una vera chicca nel suo genere. Commentando con alcuni amici in Rete ancora svegli a quell’ora si notavano alcune similarità con testi di Pirandello e, d’altra parte, si condivideva che l’autore era andato in alcuni passaggi ben oltre Asimov. Oggi anche Guido commenta il post dell’on.le Ciccanti e fornisce anche lui gratuitamente un utile e sintetico bigino sull’istituto della rettifica da mettere insieme a quello dello Studio Finocchiaro.

Qualche tempo fa un altro più noto parlamentare ha avuto il coraggio e l’onestà di confessare una storica verità che, nell’ambito della discussione sul comma in esame, pare assolutamente confermata:  

“A volte, il Senato, la Camera, votano leggi che noi stessi che le votiamo non è che le capiamo bene, nel senso che c’è “l’articolo che sopprime il comma del tale anno…”. Insomma, a volte, leggere le leggi è uno sforzo evidente”

L’ho già detto e lo ripeto, questo comma del ddl intercettazioni prima ancora che una limitazione della libertà di informazione in Rete è una grossa coglioneria, a scanso di equivoci ribadisco di essere convinto anche che il web non possa essere considerato una zona franca dove poter scrivere ed esprimere le proprie opinioni senza alcuna responsabilità ma, proprio per questo è meglio evitare di imporre regolamentazioni assurde che avranno il pregio di non garantire chi scrive nè chi è oggetto degli scritti. Il problema è però, con tutta evidenza, un altro, il Parlamento, perlomeno per quanto riguarda il settore della Rete, ha dimostrato di non essere in grado di svolgere propriamente la sua funzione producendo norme utili allo sviluppo delle infinite potenzialità di questa insostuibile risorsa democratica descritta in maniera inappuntabile oggi da Juan Carlos su La Stampa  .  A dispetto dell’errore marchiano più volte ripetuto in questi giorni anche da autorevoli testate il ddl intercettazioni non è un decreto ma un semplice disegno di legge governativo a firma del Ministro Angelino Alfano, questo pone alcune differenze, non ultima che non c’è una scadenza per la convrsione. Questa dunque la mia proposta, cari Parlamentari andate al mare, rischiaritevi le idee e se ne riparla a settembre, così, con il fresco affrontiamo inseme, questa volta un pò più seriamente il dilemma vero che pone magistralmente il Prof Ziccardi:

Cosa vogliamo, allora? Che ai blog e ai siti di informazione anche amatoriale venga data dignità e tutela di stampa e d’informazione, ma ci accolliamo anche, ad esempio, l’obbligo di rettifica (su cui tanto si discute in questi giorni) o di dover allestire una struttura che imbriglia il sistema, oppure lottiamo perché rimangano liberi il più possibile da vincoli e, soprattutto, lottiamo per far capire che sono strumenti completamente diversi dalla stampa, ma così rischiamo che giudici e politici continuino a vederli come qualcosa di poco importante? E magari continuino a sequestrare senza criterio interi blog ma anche, come è già successo, interi server che contengono forum o sistemi di posta?

Se, invece, la maggioranza si intestardisce e la norma viene approvata così com’è, vorrà dire che a settembre dovremo al contrario lavorare, senza perdere tempo, ad un caso pilota e cercare di portarlo davanti alla Corte Costituzionale …

UPDATE: Pare che l’Onorevole Bongiorno, parlando anche a nome del governo, abbia detto di essere disponibile ad introdurre modifiche in Aula al testo dell’ormai famigerato comma 29 ma, soprattutto, Berlusconi ha detto che sta pensando di ritirare l’intero ddl intercettazioni … il che, al di là delle motivazioni addotte dal Premier, non sarebbe male !  Tutti al mare dunque ? io sì ;) domani parto, fatemi sapere come va a finire, a presto …

Altroconsumo vs Intesa Sanpaolo: la class action s’ha da fare!

settembre 26, 2011 alle 4:14 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO | Lascia un commento
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E’ una decisione importante quella della Corte d’Appello di Torino, maggiori info su Altroconsumo e di seguito
 

Class action Intesa San Paolo: via libera dal giudice

La Corte d’appello di Torino ha dichiarato ammissibile l’azione collettiva risarcitoria presentata da Altroconsumo contro Intesa Sanpaolo s.p.a. per le commissioni di scoperto di conto applicate ai correntisti in rosso dopo il 15 agosto 2009 (una class action è possibile in Italia solo per eventi successivi a questa data). Spese che Altroconsumo ritiene illegittime e quindi da restituire.

Spese non dovute
Quello che chiediamo è il risarcimento dei costi illeciti fatti pagare ai correntisti di Intesa Sanpaolo: si tratta di spese, come la “Commissione per scoperto di conto (Csc)”, fatte pagare dalla banca sui conti non affidati, vale a dire i conti ai quali, al momento dell’apertura, non è concesso un fido. Spese che sono state introdotta dalla banca in sostituzione delle commissioni di massimo scoperto abolite per legge nel 2009.
La Corte d’appello di Torino ha ritenuto che Altroconsumo rappresenti adeguatamente gli interessi dei correntisti e che la class action non possa essere bloccata sul nascere, come richiesto da Intesa Sanpaolo.
“E’ un risultato senza precedenti per i correntisti bancari coinvolti e per i consumatori più in generale, in un momento di grave sofferenza finanziaria del Paese e dell’intera area euro, e di discussione sulla credibilità del settore bancario”, ha dicharato Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. “La trasparenza e il rispetto delle regole sono criteri da applicare irrinunciabilmente alla priopria clientela e utenza. In mancanza, i diritti dei correntisti devono poter essere tutelati attraverso il nuovo strumento della class action, che per la prima volta in Italia viene ammesso nei confronti di un importante istituto bancario, per una vicenda che coinvolge migliaia di consumatori” – ha concluso Martinello.

Continuano le adesioni
Ora la palla torna al tribunale di Torino che dovrà decidere tempi e modalità di pubblicità dell’azione e di raccolta delle adesioni.
Nel frattempo, tutti i consumatori interessati, ovvero i correntisti di Intesa Sanpaolo che pur non avendo un fido sono andati in rosso e hanno subìto dopo il 15 agosto 2009 l’applicazione di voci di spesa come la “Commissione per scoperto di conto (CSC)”, possono compilare il form di pre-adesione alla class action.

Le altre class action
Otteniamo così il via libera alla prima delle tre class action in corso per ristabilire i diritti negati ai consumatori. Si attende ancora l’esito per le altre due richieste d’azione collettiva: quella sull’ipotesi di cartello nelle tariffe dei traghetti in viaggio per la Sardegna e quella sull’interruzione di servizio pubblico da parte della Rai nei confronti dei telespettatori paganti il canone di abbonamento.

Tensione alla Camera tra Pdl e Lega per violazione di copyright su fine opera satirica in forma di ddl

settembre 20, 2011 alle 8:47 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, POLITICA, PROPRIET INTELLETTUALE | 8 commenti
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Scandalo alla Camera: un drappello di Parlamentari del PDL capitanati dall’On.le Centemero copia integralmente e ripubblica, senza neanche citare la fonte originaria, una fine opera satirica in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell’informazione del Leghista On.le Fava.

Immediata e – a mio avviso – legittima la conseguente richiesta di notice and take down inviata all’ISP del sito della Camera dei Deputati dall’On.le Fava. Trascorsi  quattro giorni senza che il contenuto sia stato rimosso, il segnalante ha quindi trasmesso la richiesta all’Agcom.

Al momento gli esperti dell’AGCOM sono riuniti in consulto per valutare se la descrizione della violazione del copyright inserita dall’On.le Fava nel facsimile di Notice and Takedown possa essere o meno accettato, in esso infatti si legge “Sono arrivato prima io, levatevi immediatamente dai maroni” e, ad una prima analisi, sembrerebbe sforare di 8 caratteri il limite di 50 consentiti dal Regolamento, anche non computando gli spazi si arriverebbe comunque a 51, sempre troppi …

Voci vicine ai vertici della Lega fanno trapelare che ove l’Autorità non riuscirà a dipanare la disputa in materia di diritto d’autore in tempi rapidi, la crisi potrebbe divenire politica con rischio di caduta del governo …

PS: se invece cercate una analisi più puntuale sui due assurdi disegni di legge fotocopia vi suggerisco di leggere Guido Scorza, Fulvio Sarzana e Stefano Quintarelli

Agcom e diritto d’autore in Rete: No enforcement without user rights!

settembre 17, 2011 alle 9:02 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, PROPRIET INTELLETTUALE | 1 commento
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Dopo l’ampio e acceso dibattito che ha fatto seguito alla pubblicazione della prima proposta di intervento di Agcom in materia di diritto d’autore in Rete, anche la seconda “Consultazione pubblica sullo schema di regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica” i cui stringenti termini consentiti dalla delibera 398/2011/CONS alle parti interessate per fornire commenti e osservazioni sono scaduti il 15 settembre, rimane ampiamente deludente.

Nonostante l’accoglimento parziale di alcune delle numerose rivendicazioni provenienti dalla società civile, l’Agcom non ha infatti risolto i vizi essenziali alla base della sua iniziativa regolamentare. Vale la pena di ribadire in tal senso che, stante la legislazione vigente, l’unico ambito di legittimo intervento da parte dell’Autorità per quanto concerne l’enforcement del diritto d’autore rimane quello esplicitamente attribuitole dal nuovo art. 32 bis, comma 3 del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, come inserito ai sensi dall’art. 6 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44 (cd. “decreto Romani”), inerente lo specifico e chiaramente delimitato settore dei media audiovisi, ed in riferimento, quanto all’ambito soggettivo, solo ed esclusivamente ai fornitori di servizi media audiovisivi.

Ora, il proposto procedimento a tutela del diritto d’autore, sia nella prima fase dinanzi ai fornitori di servizi (artt. 6 e 7 dello Schema di Regolamento) sia nella seconda fase dinanzi all’Autorità (artt 8-14) continua, invece, a travalicare ampiamente tali limiti oggettivi e soggettivi, con l’effetto di dare luogo a diversi profili di lesività delle prerogative del Parlamento e dell’Autorità giudiziaria e a sollevare ipotesi di conflitto con il vigente diritto comunitario.

L’analisi giuridica della delibera 398/2011/CONS potrebbe, dunque, per il momento tranquillamente chiudersi qui per poi riprendere eventualmente, in un momento successivo, all’esito del vaglio di legittimità da parte del TAR al quale con tutta probabilità sarà sottoposta, ove l’Agcom con un ravvedimento in zona cesarini non desista dal procedere alla sua approvazione definitiva.

Ma vi è un aspetto ancor più discutibile e preoccupante sul quale non si sono a mio avviso ancora soffermati a sufficienza i commentatori …

(Continua a leggere qui su Leggi Oggi, il bel quotidiano giuridico online diretto dall’amico Carmelo Giurdanella che, bontà sua ! da ora in poi ospiterà alcune delle mie divagazioni)

Qui invece potete leggere la risposta alla  nuova consultazione Agcom] delle Associazioni promotrici di sitononraggiungibile.it  ( ADICONSUM, ALTROCONSUMO, ASSOPROVIDER, ASSONET, AGORA’ DIGITALE, STUDIO SARZANA)

Spot tv iPhone4 / AirPlay – A noi pare ingannevole e a voi ?

settembre 9, 2011 alle 5:27 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO | 3 commenti
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Secondo l’articolo 22 del Codice del Consumo: E’ considerata ingannevole una pratica commerciale che nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, nonche’ dei limiti del mezzo di comunicazione impiegato, omette informazioni rilevanti di cui il consumatore medio ha bisogno in tale contesto per prendere una decisione consapevole di natura commerciale e induce o e’ idonea ad indurre in tal modo il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso.

E’ su questa base giuridica che Altroconsumo ritiene lo spot che vedete qui sopra della Apple ingannevole.

Come si legge nel ricorso inviato dall’associazione all’Antitrust appare infatti evidente che l’omissione consistente nella mancata esplicitazione della sussitenza di una limitazione essenziale (ovvero il fatto di non poter utilizzare la funzione AirPlay – ampiamente utilizzata nello spot per pubblicizzare l’acquisto dell’iPhone4 – su tv o stereo non Apple) è idonea a falsare il comportamento economico del consumatore inducendolo a prendere una decisione che non avrebbe altrimenti preso.

Agcom stiamo arrivando: niente “buffetti” ai consumatori !

settembre 8, 2011 alle 4:59 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, PROPRIET INTELLETTUALE | Lascia un commento
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No enforcement

without user rights

www.sitononraggiungibile.it

Parlare di default oltre i tabù

settembre 6, 2011 alle 4:08 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, POLITICA | 2 commenti
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Al momento il tema è assoltamente tabù ma, senza voler passare necessariamente per menagrami, forse dovremmo cominciare a discutere di come tutelare gli interessi dei cittadini in uno scenario di default e di chi, e come, può salvarsi nel default. Qui invece si parla solo di come evitarlo e, contestualmente, il governo sembra invece fare di tutto per rendere più probabile tale evenienza …

Peter Kruger ha dato il via ad una discussione in merito:

Default. Ok, ma cosa comporterebbe per me?

Forse sarà il caso di cominciare a rifletterci. I nostri politici non sembrano un granché consapevoli di ciò che sta accadendo. Ma anche i cittadini paiono abbastanza distratti. E c’è perfino chi invoca il default come una manna che risolverebbe tutti i problemi del paese. Dunque, forse, è giunta l’ora di porsi seriamente la domanda: cosa succede a me se l’Italia va in default?

Difficile rispondere, salvo dire che sarebbe l’evento più traumatico affrontato dal paese dai tempi della seconda guerra mondiale. Non perché non vi siano esempi in età contemporanea di paesi che non sono stati in grado di onorare i propri impegni finanziari (Corea del Nord, Argentina, Russia solo per citarne alcuni), ma perché il default sul debito italiano sarebbe veramente un evento epocale, una crisi finanziaria come il pianeta non ha conosciuto dai tempi dei grandi conflitti mondiali. L’Italia possiede il primo debito pubblico in Europa per un valore pari a circa 1900 miliardi di euro. Il mercato BTP era considerato, fino a non poco tempo fa, come uno dei più liquidi su cui investire. Dunque nelle grandi istituzioni della finanza  vi sono depositati enormi quantità di titoli pubblici italiani che, a Wall Street, senza tanti giri di parole, vengono già apertamente paragonati ai tanto famigerati titoli tossici di tre anni fa (i subprime, ricordate?). Ed infatti già è partita la gran corsa a liberarsene il più in fretta possibile. I record registrati dallo spread del BTP decennale sull’equivalente bund tedesco stanno a rappresentare proprio questa corsa alla salvezza dal rischio di un default dell’Italia. Nessuno sa di preciso cosa accadrebbe. Tutti però sanno che sarebbe devastante.

Ma aldilà delle ripercussioni sulla finanza globale (come, ad esempio, la fine dell’euro e una crisi finanziaria globale senza precedenti) che già di per se dovrebbero destare enormi preoccupazioni (una tale crisi infatti avrebbe immediate e devastanti ripercussioni sull’economia globale con l’avvio di una crisi economica che colpirebbe tutte le principali economie del mondo, in particolare la nostra), cosa accadrebbe ai cittadini normali? Ripeto, difficile rispondere, ma sarà meglio cominciare a farsi un’idea, anche a costo di essere brutali.

Come prima cosa partirebbe la corsa agli sportelli delle banche. In verità, come ci raccontano le cronache, questa corsa è già partita in sordina, soprattutto per portare fuori dalle filiali tutta quella liquidità che è a maggior rischio di essere soggetta ad imposte di emergenza come i patrimoni evasi. Partita la corsa, le banche si ritroverebbero presto a corto di liquidità e i cittadini finirebbero rapidamente per trovare le serrande alle filiali con la scritta “chiuso fino a data da destinarsi”. A questo punto, i risparmiatori, finalmente resisi conto della serietà della cosa, correrebbero ai supermercati per fare provviste, salvo rendersi conto che le loro carte di credito e i bancomat non vengono più accettati. E mentre il commercio andrebbe in tilt, le banche si vedrebbero costrette a chiudere le linee di credito verso le aziende. Come noto, le nostre aziende sono straordinariamente sottocapitalizzate e dipendono in modo essenziale dal credito. Comincerebbero a saltare i pagamenti. Prima si tagliano i fornitori con aggravio ulteriore della posizione di cassa delle aziende. Ma ad un certo punto, arriverebbe il giorno degli stipendi, e sarebbero fortunati coloro che si trovassero a ricevere solo una decurtazione nella busta paga. Peggio andrebbe ai dipendenti pubblici e ai pensionati. Con lo stato incapace di reperire liquidità sui mercati, si andrebbe a raschiare il barile e sarebbero in tanti a rimanere completamente a secco. Nel frattempo l’Italia sarebbe già fuori dall’Euro, costretta a reintrodurre la lira. Evviva, grideranno in molti, soprattutto le imprese esportatrici, a partire da quelle manifatturiere che costituiscono il nerbo dell’economia nazionale. Con il ritorno alla lira, in automatico partirebbe la svalutazione che renderebbe più competitivi i nostri prodotti sui mercati internazionali. Certo! Peccato però che il debito pubblico, oggi al 120% del PIL, è stato in buona parte emesso in euro. Quindi, altrettanto automaticamente, si assisterebbe ad una rivalutazione del debito che non farebbe fatica a raggiungere il 200% del PIL, rendendo, a quel punto, qualsiasi futura azione di ristrutturazione l’equivalente di una carneficina. E non parliamo del peso che graverebbe sulle generazioni future.

E tutto questo non sarebbe che l’inizio. Con il commercio in tilt, le aziende a secco e lo stato incapace di pagare anche la cancelleria, seguirebbe una crisi devastante con un’inflazione a due-tre cifre, milioni di nuovi disoccupati, il crollo dei valori immobiliari e i risparmiatori sul lastrico. Ed un giorno avremmo anche la notizia di pugliesi sui gommoni che schivano le vedette della guardia costiera albanese per raggiungere le coste di quel ormai prospero paese….

Ripeto, si tratta di una brutalizzazione. Molti di questi eventi comincerebbero a manifestarsi già prima di un default. Ma che dite? Vogliamo provarci seriamente ad evitare questo scenario?

Redditi online: ulteriore salto mortale all’indietro sulla manovra da parte del governo?

settembre 5, 2011 alle 9:13 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, POLITICA | Lascia un commento
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Mentre mi apprestavo a scrivere questo nuovo post sulla questione redditi online nell’intento di fare un pò di chiarezza vista la confusione con la quale è stato trattato l’argomento, leggo che la Commissione Bilancio del Senato, su proposta del governo, avrebbe modificato in extremis il testo che passa ora all’esame dell’Aula, prvedendo che la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi su Internet da parte dei Comuni ci sarà, ma senza nomi e cognomi dei contribuenti e, quindi, solamente per aggregati e categorie.

Se così è, significa che anche questa misura, con un ulteriore salto mortale all’indietro sulla manovra da parte del governo, è stata completamente svuotata di ogni significato.

In realtà, nei giorni scorsi si era già vociferato che probabilmente la misura sarebbe stata ritirata dopo che il Garante Privacy aveva reso note le sue perplessità in materia, problemi in termini di privacy e non solo erano stati sollevati in vario modo anche dagli amici Stefano Quintarelli e Guido Scorza. Al contrario, come avevo già accennato personalmente avrei visto con favore l’approvazione di tale misura se fatta bene, e messa in pratica questa volta in maniera meno raffazzonata e con una tecnologia più adeguata rispetto a quanto era stato fatto dal precedente governo.

Una cosa va detta con molta tranquillità, la questione è evidentemente tutta politica, si può essere favorevoli o contrari e sussistono argomentazioni apprezzabili sia da parte di chi la pensa in un modo che da parte di chi la pensa nell’altro, ma non si può dire che non rientri nelle disponibilità del Legislatore il poter modificare la disciplina di settore, anche per quanto concerne la privacy, al fine di consentire la pubblicazione online dei redditi degli italiani.

A dire il vero, occorre ricordare che è stato poprio l’attuale governo Berlusconi, poco dopo essere entrato in carica, ad apportate modifiche sostanziali, per mezzo dell’art. 42 del Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112, al regime di pubblicità dei dati sui redditi dettato dall’art. 69 del D.P.R. 600/1973, modifiche che ne precludono ora in modo quasi assoluto la comunicazione e la diffusione, non solo online, ma anche nelle forme tradizionali presso i comuni e gli uffici delle imposte.

Tali dati, infatti, non sono più consultabili da chiunque, anzi, ne è ora solo «ammessa la visione e l’estrazione di copia nei modi e con i limiti stabiliti dalla disciplina in materia di accesso ai documenti amministrativi di cui agli articoli 22 e seguenti della Legge 7 agosto 1990, n. 241». Il che, fuori dal legalese, significa che l’accesso ai dati sui redditi dei contribuenti è ora permesso solo a chi può dimostrare di essere portatore di un legittimo e
diretto interesse.

Una scelta drastica, dunque, quella fatta nel 2008 dal governo Berlusconi che – in netta controtendenza rispetto alla per vero rocambolesca iniziativa del Viceministro Visco intrapresa dal precedente governo quando era già ampiamente dimissionario – aveva portato a far pendere il necessario bilanciamento tra trasparenza e riservatezza tutto verso questo secondo lato, con buona pace dell’apporto che il controllo diffuso avrebbe invece potuto conferire alla lotta all’evasione fiscale. 

Personalmente davo, pertanto, per scontato che se il governo – come ampiamente annunciato nei giorni scorsi – voleva ora veramente introdurre nella manovra una misura per mettere online i redditi degli italiani avrebbe dovuto  quindi riportare l’art. 69 del DPR 600/73 alla versione precedente alla modifica intervenuta, peraltro sempre per mano di Tremonti con il suddetto DL 112/2008, cosa che era ed è ampiamente nelle sue disponibilità.

Secondo la legislazione precedente, infatti, non solo rendere disponibili i dati dei redditi su Internet non poteva ritenersi illegittimo ma, al contrario, era doveroso. È proprio in tal senso che, in una delle più illuminate analisi giuridiche della complessa vicenda che nel 2008, a seguito della messa online dei redditi degli Italiani, aveva visto aprirsi un contrasto tra l’Agenzia delle Entrate e il Garante Privacy, gli Autori sulla base del combinato disposto degli artt. 69 del DPR 600/1973 e 1, lett. n) del Codice dell’Amministrazione Digitale così concludevano:

Difficile, in tale contesto normativo, non nutrire almeno il sospetto che la disposizione contenuta nel sesto comma dell’art.69 del D.P.R. 600/1973, secondo cui gli elenchi dei dati vanno depositati presso i Comuni interessati, debba intendersi riferita anche ai siti internet di tali Comuni.

3.La conclusione cui si perviene seguendo tale ragionamento è che, allo stato, non sembra possibile considerare tout court illegittima la pubblicazione online degli elenchi dei redditi dei contribuenti italiani che, anzi, appare – almeno laddove operata dai singoli Comuni e dagli uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate – un atto dovuto al quale la pubblica amministrazione non può sottrarsi.

Si potrà – ed anzi si dovrà, come opportunamente ricorda il Garante – semmai discutere delle modalità più idonee per evitare eventuali trattamenti di tali dati eccedenti i limiti di conoscibilità fissati dall’art. 69 del D.P.R. 600/1973 (pubblicazione dei dati tramite formati elettronici non manipolabili, esclusione delle funzioni di stampa e di salvataggio su PC, necessità di identificazione del cittadino italiano tramite codice fiscale o carta d’identità elettronica) ma non si può obiettare nulla circa l’esistenza di un diritto alla conoscibilità di tali dati e men che mai, nell’era della comunicazione digitale, all’utilizzo di Internet quale canale privilegiato di diffusione delle comunicazioni e di dati pubblici, ferma restando, semmai, solo la sanzionabilità di un uso illecito degli stessi.

Nel plaudire, dunque, al Garante per la tempestività dell’intervento e per aver, una volta di più, ricordato la centralità del diritto alla privacy nel nostro Ordinamento, non ci si può sottrarre dal manifestare preoccupazione per il rischio che i principi generali sanciti nel provvedimento di questa mattina finiscano – unitamente all’iniziativa azzardata e caratterizzata da inscusabile leggerezza dell’Agenzia delle Entrate – con lo svuotare di significato le norme attraverso le quali il Codice dell’Amministrazione Digitale ha inteso, finalmente, riconoscere ai cittadini il pieno ed effettivo diritto all’accesso dei dati pubblici detenuti dalla Pubblica amministrazione.

Il CAD non interviene sul regime di pubblicità dei dati della PA ma, più semplicemente, impone a quest’ultima di utilizzare anche le nuove tecnologie per consentire ai cittadini di accedere a dati già dichiarati pubblici dalla disciplina vigente.

L’auspicio – espresso in termini non provocatori ma reali – è che “passata la bufera” il Garante detti, a tutti i Comuni ed agli uffici dell’Agenzia delle Entrate sul territorio, regole e direttive per rendere accessibili online gli elenchi della discordia nel rispetto, ovviamente, della privacy.

Non servono, infatti, nuove norme ma solo una puntuale e prudente applicazione di quelle vigenti.

Detto questo per quanto concerne gli aspetti strettamente giuridici che solleva la diffusione dei redditi online, rimane il nodo essenziale e più politico della questione, ovvero se sia giusto e opportuno aggiungere un ulteriore tassello, quello della trasparenza e della consapevolezza diffusa, nella lotta sacrosanta all’evasione fiscale che, per le dimensioni preoccupanti raggiunte da tempo nel nostro Paese, determina un elevato differenziale tra pressione fiscale apparente e pressione fiscale effettiva: quella sostenuta solo da chi effettivamente paga le tasse.

Personalmente rimango dell’opinione che un regime di trasparenza più effettiva e reale dei dati fiscali rappresenterebbe uno strumento fondamentale per garantire, attraverso un controllo diffuso, che tale obbligo sia equamente ripartito tra tutti i consociati. Sebbene scontato, non sembra inutile ribadire che chi evade il fisco, oltre a violare la legge, lede direttamente gli interessi di tutti gli altri consociati. Di conseguenza ogni strumento utile a scardinare quell’atteggiamento miope e illogico, ma diffusissimo, che consiste nella scarsa disapprovazione sociale che circonda gli evasori e ad affiancare al controllo verticale esercitato dall’Autorità statale, una dimensione di controllo sociale orizzontale deve ritenersi utile e ben accetta.

E’ vero che questo comporterebbe una parziale compressione della privacy ma pare, infine, opportuno richiamare in merito l’opinione espressa da Stefano Rodotà, padre della disciplina italiana sulla privacy, di cui notoriamente ha sempre fornito un’interpretazione rigorosa ed estensiva spesso prevalente rispetto ad altri interessi pur garantiti dall’Ordinamento che, nel 2008 intervenendo in merito alla diatriba innescata dalla messa online dei redditi degli Italiani da parte dell’Agenzia delle Entrate, abbastanza inaspettatamente, faceva lo sforzo di rammentare un po’ a tutti (e, forse, anche al suo successore alla presidenza dell’Autorità Garante) che i redditi diffusi online, quali dati economici, non erano da considerarsi sensibili e pertanto non dovevano ritenersi meritevoli, ai sensi del Codice privacy, di particolari ed eccessive tutele e attenzioni.

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