Google, privacy e concorrenza: urgono soluzioni strutturali nell’interesse generale

maggio 23, 2014 alle 10:37 am | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | Lascia un commento
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20121222-121752.jpgCon una sentenza che ha già fatto molto discutere e che potrebbe avere conseguenze non di poco momento, almeno per quanto concerne il vecchio continente, sugli equilibri e sugli sviluppi futuri della rete Internet la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è intervenuta lo scorso 13 maggio sulla vexata quaestio del bilanciamento tra il diritto all’oblio e l’accesso all’informazione online stabilendo che i gestori dei motori di ricerca sono responsabili per il trattamento dei dati personali da essi indicizzati che appaiono su pagine web pubblicate da terzi e che ogni cittadino europeo può pertanto chiedere direttamente ai motori di ricerca la cancellazione dei propri dati personali. In tali evenienze, ove sussistano determinate condizioni, secondo i giudici di Lussemburgo si ingenera un obbligo in capo ai motori di ricerca di eliminare dall’elenco di risultati che appaiono a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, i link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative alla persona stessa. Questo vale, si badi bene, anche nei casi in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, addirittura anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.

Continua a leggere qui su Consumatori, Diritti e Mercato il mio articolo a commento della sentenza dell’ECJ in materia di diritto all’oblio

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Sentenza Google Vividown, Schmidt: “A me me pare ‘na stronzata”

giugno 6, 2010 alle 9:16 pm | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, DIRITTO, INTERNET | 2 commenti
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Sulla sentenza in oggetto mi sono già espresso qui e rimango della stessa opinione. A beneficio di chi avesse nel frattempo dimenticato, o non avesse al contrario ancora focalizzato, il punto di diritto sulla base del quale tre dirigenti di Google sono stati condannati a 6 mesi di reclusione dal Tribunale di Milano a seguito del video, che riprendeva un episodio di bullismo su un ragazzo disabile, caricato su Google Video, pare opportuno rinfrescare la memoria:

I tre dirigenti sono stati condannati per illecito trattamento di dati personali perchè al tempo le condizioni generali di Google – a detta del tribunale di Milano – erano carenti e non c’era una chiara informativa all’utente circa la necessità di acquisire il consenso del terzo ripreso prima di caricare il video, considerato che nel caso di specie vi erano dati sensibili in ballo.

L’ho già detto e lo ripeto, siamo di fronte ad uno di quegli inutili formalismi che invece di elevare la tutela della privacy ne fanno scadere ogni sostanziale percezione tra i comuni mortali (non avvocati) … la Sentenza IMHO è roba da far cadere le braccia … Tra l’altro, nel successivo punto inerente l’ipotesi di reato di concorso in diffamazione per il quale c’è stata invece un’assoluzione piena a pag. 104 della sentenza si legge: “in altre parole anche se l’informativa sulla privacy fosse stata data in modo chiaro e comprensibile all’utente, non può certamente escludersi che l’utente medesimo non avrebbe caricato il file video incriminato …” ma allora di cosa stiamo parlando ?!?!

Ora, la novità però è che il CEO di Google, Eric Schmidt, nell’ambito di un’intervista rilasciata al Financial Times in cui parla di diverse cose, tra l’altro ha definito la Sentenza del Tribunale di Milano o, forse più precisamente, la decisione del Giudice di condannare i tre dirigenti di Google come “bullshit” ovvero una “stronzata”:

“The judge was flat wrong. So let’s pick at random three people and shoot them. It’s bullshit. It offends me and it offends the company.

Che dire? Beh, innanzitutto non sono affatto sorpreso, la diplomazia non è probabilmente un plus per il CEO di Google, già qualche mese fa avevo avuto modo di commentare un’altra dichiarazione di Schmidt che aveva fatto parecchio discutere e che, rispetto a quella rilasciata ora al Financial Times sul caso Google/Vividown, a mio modo di vedere, era molto più preoccupante.

In questo caso, invece, il fatto che Schmidt abbia dichiarato ufficialmente con estrema schiettezza ma anche brutalità quello che pensa – e che peraltro penso anch’io – circa la Sentenza di Milano denota, al di là del merito, una carenza di sensibilità da parte sua che rischierà di ritorcersi contro Google, almeno in Italia. Che bisogno aveva di infierire? avrà un appello che auspicabilmente ribalterà il primo grado, perchè alzare i toni ora ? Che il motto don’t be evil sia ormai definitivamente roba del passato ce ne siamo accorti, le cose cambiano, le aziende si consolidano ma che Google, con la posizione dominante che detiene, attaccata su vari fronti, cominci a mostrare i muscoli e passi all’arroganza, almeno negli atteggiamenti del suo CEO, è cosa che può far preoccupare  quelli – come me – che, pur riconoscendo a Google di aver portato incredibile innovazione in Internet e trasferito valore agli utenti continuano ad avere “quello strano retrogusto” (Vedi anche questo post successivo).

Detto questo ci sarebbe anche da aggiungere, per onestà intellettuale, che purtroppo in Italia siamo abbastanza abituati ad assistere ad atteggiamenti arroganti e intolleranti di fronte a Sentenze che non piacciono o a giudici che si considerano in partenza e apoditticamente prevenuti, e questo da pulpiti ben più istituzionalmente rilevanti! E, d’altra parte, accade che Pubblici Ministeri, come Robledo (uno dei PM del caso Google/Vividown) concedano interviste inopportune e veramente poco condivisibili nel merito e nel metodo.

C’è chi sostiene che all’inizio del terzo millennio di fronte ai continui sviluppi tecnologici se non si vuole che, abbandonata a se stessa, la società dell’informazione finisca in una gigantesca implosione o sia origine di valori che contraddicono i fondamenti della civiltà umana, il diritto, nel senso più elevato del termine, dovrebbe tornare ad assumere un ruolo determinante. Non mi sembra che siamo sulla buona strada …

Google presenta impegni all’Antitrust

maggio 14, 2010 alle 7:00 pm | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, DIRITTO, INTERNET | Lascia un commento
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Google ha presentato i suoi impegni all’Antitrust nell’ambito dell’istruttoria avviatà dall’Autorità per l’ipotesi di abuso di posizione dominante a seguito della denuncia di FIEG (Federazione italiana editori di giornali). Mi ero già occupato della cosa su questo blog qui e qui

Trovate gli impegni di Google qui , sono sostanzialmente due. Mi riservo di tornarci su ma, ad una prima lettura, sul primo “i) il mantenimento di un crawler distinto per Google News idoneo a consentire agli editori di escludere i propri contenuti da Google News senza che tale scelta determini alcun effetto sull’inclusione degli stessi contenuti nel motore generale di ricerca di Google” direi che non ci sono grosse novità, Google si impegna in sostanza a fare quello che già fa oggi per altri tre anni, il periodo degli impegni.

Sul secondo, invece,ii) la comunicazione, attraverso l’interfaccia di AdSense disponibile on-line, della percentuale di revenue-sharing, e delle sue eventuali modifiche, spettante agli editori affiliati al programma AdSense Online” mi sembra che ci sia una bella apertura ad una maggiore trasparenza da parte di Google  … il che fa bene al mercato, sempre che ci sia qualcuno in grado di competere … questo a botta calda e ad una prima lettura … se mi sbaglio, mi corigerete !

Giù il cappello davanti alla presa di posizione di Google in Cina

gennaio 13, 2010 alle 9:13 am | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, DIRITTO, INTERNET | 3 commenti
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Signori, chi scrive, pur riconoscendo a Google di aver portato incredibile innovazione in Internet e trasferito valore agli utenti non ha mai nascosto di provare “uno strano retrogusto”.

Di fronte alla presa di posizione di ieri con la quale Big G, rivelando di aver subito attacchi di cyberspionaggio che hanno coinvolto altre numerose aziende e che erano probabilmente finalizzati ad accedere agli accounts Gmail di attivisti cinesi per la difesa dei diritti umani, ha annunciato che non applicherà più alcun filtraggio o censura dei contenuti nei risultati delle ricerche su Google.cn, non c’è che dire era ora, giu il cappello !

These attacks and the surveillance they have uncovered–combined with the attempts over the past year to further limit free speech on the web–have led us to conclude that we should review the feasibility of our business operations in China. We have decided we are no longer willing to continue censoring our results on Google.cn, and so over the next few weeks we will be discussing with the Chinese government the basis on which we could operate an unfiltered search engine within the law, if at all. We recognize that this may well mean having to shut down Google.cn, and potentially our offices in China.

The decision to review our business operations in China has been incredibly hard, and we know that it will have potentially far-reaching consequences. We want to make clear that this move was driven by our executives in the United States, without the knowledge or involvement of our employees in China who have worked incredibly hard to make Google.cn the success it is today. We are committed to working responsibly to resolve the very difficult issues raised.

Il post per intero si trova qui sul blog di Google

A chi si rivolgeva Eric Schmidt?

dicembre 13, 2009 alle 10:43 am | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | 1 commento
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“If you have something that you don’t want anyone to know, maybe you shouldn’t be doing it in the first place …” Se c’è qualcosa su di te che non vuoi venga a sapere nessuno, forse in primo luogo non avresti dovuto farlo …

Che c’è di male in una frase del genere?  Direi più o meno nulla … ma non finisce qui

“… If you really need that kind of privacy, the reality is that search engines – including Google – do retain this information for some time …” Se proprio hai bisogno di tale privacy, la realtà è che i motori di ricerca – incluso Google – mantengono queste informazioni per un certo tempo …

Qui già andiamo su qualcosa di più discutibile, la questione non dovrebbe essere messa sul piano individuale, ovvero se hai proprio bisogno di questo livello di privacy e su quello valoriale e cioè se non fai nulla di male non dovresti avere questa esigenza … ma su quello dell’interesse generale, ovvero un adeguato livello di tutela della privacy, anche in Rete, è una garanzia di libertà per tutti dal rischio che la raccolta di questi dati possano diventare una forma di controllo soprattutto se aggragati nelle mani di un solo (o pochi) soggetto/i. Tuttavia anche su questo punto delle dichiarazioni che vedete nel video sopra francamente non c’è, di per sè, da scandalizzarsi, sono considerazioni abbastanza comuni, non condivisibili, ma le puoi tranquillamente sentire al bar … quello che segue relativo al Patriot Act forse ci porta fuori strada e lo tralascerei per il momento “and it’s important, for example, that we are all subject in the United States to the Patriot Act and it is possible that all that information could be made available to the authorities.”

Qual’è il problema dunque ? Il fatto è che queste cose le ha dette Eric Schmidt, CEO di Google. Questo sì che fa la differenza, eccome … Google infatti gestisce e controlla un’enormità di dati in Rete e buona parte del suo business si basa proprio su questo, sto leggendo i post di Quintarelli e De Biase in merito con molte interessanti considerazioni. Quello che mi chiedo più semplicemente io è perchè Eric Schmidt abbia fatto queste dichiarazioni? perchè ora ? a che scopo ?

Vedo due possibilità:

a – leggerezza – ovvero ha detto quello che gli passava per la testa senza considerare le ripercussioni che poteva avere visto che è il capo di Google e la grossa attenzione che c’è attualmente su big G in tema di privacy online  – lo escluderei, ma se fosse così auspicherei e mi attenderei entro breve una comunicazione ufficiale da parte di Google a chiarire al mondo intero la sua visione sulla privacy

b – lo ha detto a proposito – propenderei per questa seconda ipotesi – il CEO di Google non può, infatti, permettersi di trattare con leggerezza questo tema senza considerare quante ripercussioni può avere in giro per il mondo – e allora, a chi voleva mandare un messaggio? Voleva far capire che il motto don’t be evil è ormai definitivamente roba del passato e che Google, attaccato su vari fronti, potrebbe cominciare a mostrare i muscoli anche utilizzando tutte le (enormi) risorse a sua disposizione? Spero di no …

Certo che a quelli – come me – che, pur riconoscendo a Google di aver portato incredibile innovazione in Internet e trasferito valore agli utenti continuano ad avere “quello strano retrogusto” (Vedi anche questo post successivo) le parole di Schmidt non hanno fatto che intensificare tale fastidiosa sensazione …

Online non è proteggendo che si compete ma gareggiando nel trasferire valore agli utenti

dicembre 10, 2009 alle 1:16 am | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, PROPRIET INTELLETTUALE, TELECOMUNICAZIONI | 2 commenti
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Il dibattito tra Google ed editori su un futuro economicamente sostenibile dell’informazione online va avanti, trovo le questioni toccate e i vari argomenti di grande interesse, in fondo si sta discutendo di come ci sarà dato/concesso di “vedere” il mondo nel prossimo futuro.

Ora, qualche giorno fa commentando un articolo di Mucchetti proprio su Google avevo scritto nel titolo stesso del post che non è proteggendo che si compete ma gareggiando nel trasferire valore agli utenti, mi sembra che più o meno sulla stessa linea, ovviamente dicendolo molto meglio di me, si muova  De Biase: quello che si dimentica è proprio il punto di vista del cittadino/lettore.

Una conferma di ciò, viene purtroppo dalla lettura di un recente articolo sul Sole di De Benedetti IMHO giustamente bastonato da Mantellini che, tra l’altro, ricorda come l’editore in una sua precedente uscita chiedeva, in estrema sintesi, una sorta di levy (una tassa) sull’adsl in favore dei giornali, mentre ora, concentrandosi su Google, finisce per chiedere una cosa mutatis mutandis molto simile, ovvero la condivisione con i giornali di una minima quota dei profitti giganteschi di big G a titolo di diritti di proprietà intellettuale.

Quello che c’è di male, sempre a mio avviso, in tale visione è la staticità oltre che il protezionismo e la mancanza di prospettiva nella creazione di valore.

Come dicevo nel precedente post la prospettiva del vecchio offline contro uno solo online è una di quelle rispetto alle quali francamente non vorrei essere mai chiamato a scegliere … certo che se questa sarà la linea degli editori penso proprio che ci troveremo di fronte a tale dilemma. Sperimentazioni interessanti come quella di Living Stories (vedi anche video sopra) sono quelle che invece ci fanno ancora sperare.

Non posso che chiudere però – anche perchè non lo avevo ancora citato ! – riprendendo un geniale post di Stefano intitolato Confusione di ruoli che a sua volta cita Salgari:

« A voi [editori] che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. »

E buona notte !

Google: Mucchetti sul Corriere e quello strano retrogusto, IMHO non è proteggendo che si compete ma gareggiando nel trasferire valore agli utenti

novembre 16, 2009 alle 11:17 am | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, PROPRIET INTELLETTUALE, TELECOMUNICAZIONI | 9 commenti
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gOggi Mucchetti con un bell’articolo sul Corrirere alimenta quel mio strano retrogusto.

Voglio riprendere e ribadire, a scanso di equivoci, la parte iniziale di quel mio ragionamento:

… che Google abbia portato incredibile innovazione in Internet e trasferito valore agli utenti è fuori di dubbio, che gli editori tradizionali (rappresentati in questo caso dalla FIEG), così come, mutatis mutandis, le major dell’audiovisivo, le collective societies e le reti televisive scontino invece carenza di innovazione e che stiano combattendo in varie forme una lotta di retroguardia a tutela protezionistica di modelli di business ormai obsoleti e di una catena del valore da rivedere completamente è altrettanto evidente a tutti.

E, d’altra parte anche Mucchetti fa un’ampia premessa:

Google è il simbolo della libertà globale, ma potrebbe anche diventare il simbolo di una libertà che divora se stessa. E’ il più potente e utilizzato tra i motori di ricerca, l’indirizzario di tutti gli indirizzi. Come tale abbatte tante barriere nello spazio e nel tempo. Tutte le informazioni disponibili, vecchie e nuove, sono a disposizione nello stesso momento. E’ sufficiente cliccare. E tanto basta ad aprire i recinti delle ideologie e delle religioni. Google può dunque essere un grande strumento di democrazia, perché senza informazione non si esercitano i diritti di cittadinanza.

Tuttavia, tuttavia … scrivevo:

… quello che stiamo vivendo è un momento di passaggio epocale per quanto concerne l’intero mercato dei mass media in primis perchè il meccanismo di sostenibilità economica del sistema basato sulla pubblicità “tradizionale” da segni evidenti di crisi e i nuovi modelli di pubblicità online non sono ancora in grado di fornire la stessa affidabilità dal punto di vista dei ritorni economici… I nuovi strumenti si stanno tuttavia affinando e allora IMHO è proprio in questo preciso momento che chi ha a cuore la salvaguardia degli interessi generali dovrebbe cercare di guardare anche un pò oltre le diatribe dell’oggi tra dinosauri in via di estinsione e nuove specie che sembrano invece coincidere in toto con la loro azione, la loro innovazione e la loro rispondenza agli interessi e alle esigenze degli utenti per focalizzare invece la propria attenzione sugli scenari in divenire (e già in parte attuali) che vanno a delinearsi.

Tuttavia, tuttavia, scrive Mucchetti:

Ma Google, di per sé e in quanto alfiere di una nuova economia, è anche altro. L’impresa fondata da Sergei Brin e Larry Page ha conquistato una posizione dominante della quale tende ad abusare. La tentazione monopolistica non sarebbe nuova. L’avevano già coltivata i robber barons nel secolo XIX e gli Usa vararono lo Sherman Act per addomesticarli con l’Antitrust. Ma il motore di ricerca universale è un soggetto mai visto prima, che mette fuori gioco le democrazie sui piani cruciali della regolazione e del fisco. Ad accendere la spia rossa è il contenzioso con la stampa.

Da qui il mio strano retrogusto:

… per il quale non sento di trovarmi completamente a mio agio in uno scenario dove, una volta passata la nottata, ci troveremo ad avere un soggetto già ampiamente dominante sul mercato dei motori di ricerca che, oltre a non dover rendere conto a nessuno sui propri algoritmi, maneggerà, al di fuori di ogni controllo, gli strumenti intrusivi del targeting advertising … Insomma, magari mi sbaglio, ma c’è qualcuno che mi leva questo retrogusto? Stiamo pur sempre parlando di un presupposto fondamentale della libertà di informazione diamine, e cioè di come ci sarà presentato il mondo attraverso occhi che non sono i nostri, in un regime di concorrenza precario e quindi senza grande possibilità di scelta nè di controllo pubblico o diffuso, vogliamo parlarne ?

Mucchetti qui aggiunge un importante elemento di riflessione:

… Questo scontro fa emergere la nuova natura che il motore di ricerca ha acquisito grazie alla sua crescita esponenziale: da brillante applicazione fra le tante possibili su Internet è diventato esso stesso infrastruttura. Come aveva profetizzato nel 1997 David Isenberg, le telecomunicazioni, madri del web, diventano stupide e l’intelligenza migra nell’informazione: ieri era la rete a portare i dati dove voleva, adesso accade il contrario. L’infrastruttura di telecomunicazioni ha una fisicità che la situa dentro i confini degli Stati e perciò la rende regolabile da Autorità e governi. Il grande motore di ricerca opera in uno spazio virtuale ed extraterritoriale dove non esistono Autorità e governi. Le multinazionali sono un insieme di luoghi. Google è un’impresa universale: un non luogo tendenzialmente senza diritto, la sublimazione della multinazionale. E’ un’infrastruttura globale che, al momento, non pare replicabile ma non è regolata.

Stefano in un commento al mio originario post scriveva:

il mercato toglie il retrogusto. Ci vuole piu’ mercato, piu’ attori, piu’ concorrenza, niente sussidi incrociati, niente sfruttamento di posizioni dominanti per rafforzarsi o per danneggiare. questo e’ vero sempre, a prescidere che sia online ed offline. (anche per il tetrapak!) qui ci sono due questioni che si intersecano: vecchio contro nuovo e uno contro tutti. purtroppo rischiamo di confonderli e pensare che sia vecchio offline contro uno online.

Ora, se è vero che Google si può porre tendenzialmente al di fuori e al di là del diritto c’è da dire che non è la sola multinazionale a trovarsi in tali condizioni. Il fatto, a mio avviso più importante, sul quale concordo con Mucchetti, è che si tratta di una infrastruttura globale al momento non replicabile quindi le sole forze del mercato potrebbero non essere in grado di aiutarci a salvaguardare l’interesse generale.Va tutelato il mercato finchè ce ne può essere uno, è per questo che a mio avviso la questione va affrontata ora, la prospettiva del vecchio offline contro uno solo online è una di quelle rispetto alle quali francamente non vorrei essere mai chiamato a scegliere …

PS: certo che se gli strumenti finora messi in campo dai soggetti che potrebbero contrapporsi a Google sono quelli della © RIPRODUZIONE RISERVATA ! che compare anche in calce al bell’articolo di Mucchetti, campa cavallo … non è proteggendo che si compete ma gareggiando nel trasferire valore agli utenti

Ancora su Google e Antitrust: chi mi leva quello strano retrogusto?

agosto 31, 2009 alle 4:52 pm | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | 19 commenti
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gTorno sulla questione Google News e istruttoria Antitrust perchè, dai commenti ricevuti, mi sono accorto di aver dato per scontato alcuni passaggi: che Google abbia portato incredibile innovazione in Internet e trasferito valore agli utenti è fuori di dubbio, che gli editori tradizionali (rappresentati in questo caso dalla FIEG), così come, mutatis mutandis, le major dell’audiovisivo, le collective societies e le reti televisive scontino invece carenza di innovazione e che stiano combattendo in varie forme una lotta di retroguardia a tutela protezionistica di modelli di business ormai obsoleti e di una catena del valore da rivedere completamente è altrettanto evidente a tutti.

Quanto riporta oggi in un interessante post Luca De Biase circa l’intervento in quel di Vedrò di Gian Arturo Ferrari, Direttore Generale della divisione libri della Mondadori è una conferma e va letto in questa stessa linea. Quando, anche nel settore librario, gli editori invece di cercare di trovare nuove forme per continuare a trasferire valore al pubblico nel nuovo contesto tecnologico parlano, infatti, di “variabile impazzita di internet. Un’ideologia dell’uguaglianza, del peer-to-peer, inconsapevole che non tiene conto dell’economia che sta dietro i libri e che tende semplicemente a diffondere libri senza pagamento”, i commenti vanno da sè.

D’altra parte, quello che stiamo vivendo è un momento di passaggio epocale per quanto concerne l’intero mercato dei mass media in primis perchè il meccanismo di sostenibilità economica del sistema basato sulla pubblicità “tradizionale” da segni evidenti di crisi e i nuovi modelli di pubblicità online non sono ancora in grado di fornire la stessa affidabilità dal punto di vista dei ritorni economici.

I nuovi strumenti si stanno tuttavia affinando e allora IMHO è proprio in questo preciso momento che chi ha a cuore la salvaguardia degli interessi generali dovrebbe cercare di guardare anche un pò oltre le diatribe dell’oggi tra dinosauri in via di estinsione e nuove specie che sembrano invece coincidere in toto con la loro azione, la loro innovazione e la loro rispondenza agli interessi e alle esigenze degli utenti per focalizzare invece la propria attenzione sugli scenari in divenire (e già in parte attuali) che vanno a delinearsi.

Perchè, è vero che, come spiegano, sotto diversi punti di vista, Stefano e Guido l’istruttoria Antitrust contro Google probabilmente non porterà a nulla ma a me rimane ancora quello strano retrogusto per il quale non sento di trovarmi completamente a mio agio in uno scenario dove, una volta passata la nottata, ci troveremo ad avere un soggetto già ampiamente dominante sul mercato dei motori di ricerca che, oltre a non dover rendere conto a nessuno sui propri algoritmi, maneggerà, al di fuori di ogni controllo, gli strumenti intrusivi del targeting advertising.

Insomma, magari mi sbaglio, ma c’è qualcuno che mi leva questo retrogusto? Stiamo pur sempre parlando di un presupposto fondamentale della libertà di informazione diamine, e cioè di come ci sarà presentato il mondo attraverso occhi che non sono i nostri, in un regime di concorrenza precario e quindi senza grande possibilità di scelta nè di controllo pubblico o diffuso, vogliamo parlarne ?

Google News e istuttoria antitrust … mumble mumble

agosto 28, 2009 alle 2:18 am | Pubblicato su - Quello strano retrogusto, DIRITTO, INTERNET | 9 commenti
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gHo letto finalmente le 12 stringate pagine del provvedimento di avviso dell’istruttoria da parte dell’Antitrust contro Google Italy, a seguito della segnalazione di FIEG (Federazione italiana editori di giornali), per possibile abuso di posizione dominante attraverso Google News che creerebbe effetti distorsivi nei mercati della raccolta ed intermediazione pubblicitaria on-line.

Di primo acchito stavo per essere, come spesso mi capita, completamente d’accordo con Guido però poi un certo retrogusto mi ha spinto a rileggere il provvedimento e direi che tutti noi una qualche riflessioncina in più dovremmo farla su questo passaggio illuminante: “FIEG denuncia che Google News aggrega i contenuti giornalistici di una molteplicità di editori secondo criteri non pubblici regolati da un algoritmo coperto da segreto industriale. Le pratiche tecnologiche con cui Google forma i propri indici (ranking) dei contenuti riportati su Google News Italia e i propri indici di risposta alle queries degli utenti non sono trasparenti. In particolare, Google determina la presenza ed il posizionamento degli articoli riportati sul portale Google News Italia determinando unilateralmente la visibilità degli annunci e il livello di preminenza dato ad alcuni rispetto ad altri, potendo favorire un soggetto a scapito di un altro …”  

Ora, la mancanza di trasparenza, secondo FIEG, procura danni agli editori che competono con Google nel mercato della raccolta pubblicitaria on-line, ok, ma quello che mi inquieta invece molto di più è che un soggetto ampiamente dominante sul mercato dei motori di ricerca si possa permettere tale carenza di trasparenza considerato che le sue scelte e le tecnologie che adotta hanno una diretta influenza sulla libertà di informazione e sulla vita di ognuno di noi.

Inoltre: quando cominceremo a parlare seriamente anche in Italia di targeting advertising e delle inerenti questioni legate alla privacy ?

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