I blogger chiedono la “rettifica” del comma 29, art. 1 del ddl intercettazioni: sottoscrivo l’appello

luglio 23, 2010 alle 5:48 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | Lascia un commento
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Ora basta con le coglionerie del Parlamento sottoscrivo anch’io, come blogger, la lettera appello predisposta da Guido Scorza e condivisa da Alessandro Gilioli , Vittorio Zambardino e tanti altri. Si può firmare a questo link.o qui su Facebook, fatelo anche voi

Al Presidente della Camera, On. Gianfranco Fini

Al Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, On. Giulia Bongiorno

Ai Capi-gruppo alla Camera dei Deputati

A tutti i Deputati

La decisione con la quale, lo scorso 21 luglio, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera, On. Giulia Bongiorno, ha dichiarato inammissibili gli emendamenti presentati dall’On. Roberto Cassinelli (PDL) e dall’On. Roberto Zaccaria (PD) al comma 29 dell’art. 1 del c.d. ddl intercettazioni costituisce l’atto finale di uno dei più gravi – consapevole o inconsapevole che sia – attentati alla libertà di informazione in Rete sin qui consumati nel Palazzo.

La declaratoria di inammissibilità di tali emendamenti volti a circoscrivere l’indiscriminata, illogica e liberticida estensione ai gestori di tutti i siti informatici dell’applicabilità dell’obbligo di rettifica previsto dalla vecchia legge sulla stampa, infatti, minaccia di fare della libertà di informazione online la prima vittima eccellente del ddl intercettazioni, eliminando alla radice persino la possibilità che un aspetto tanto delicato e complesso per l’informazione del futuro venga discusso in Parlamento.

Tra i tanti primati negativi che l’Italia si avvia a conquistare, grazie al disegno di legge, sul versante della libertà di informazione, la scelta dell’On. Bongiorno rischia di aggiungerne uno ulteriore: stiamo per diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista ma ha meno libertà.

Esigere che un blogger proceda alla rettifica entro 48 ore dalla richiesta – esattamente come se fosse un giornalista – sotto pena di una sanzione fino a 12.500 euro, infatti, significa dissuaderlo dall’occuparsi di temi suscettibili di urtare la sensibilità dei poteri economici e politici.

Si tratta di uno scenario anacronistico e scellerato perché l’informazione in Rete ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore – se non l’unica – forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino, secondo il quale “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”.

Occorre scongiurare il rischio che tale scenario si produca e, dunque, reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati.

L’accesso alla Rete, in centinaia di Paesi al mondo, si avvia a divenire un diritto fondamentale dell’uomo, non possiamo lasciare che, proprio nel nostro Paese, i cittadini siano costretti a rinunciarvi.

Della serie tv e libertà di espressione oggi in Italia: stasera niente Infedele su La7

marzo 1, 2010 alle 5:28 pm | Pubblicato su - TV vs Internet: ci fai o ci sei ? un pò ci fai ... un pò ci sei, DIRITTO, INTERNET, TELECOMUNICAZIONI, TV | 1 commento
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Ho ricevuto qualche commento critico in merito agli ultimi post che ho dedicato alla sentenza Vividown vs Google , alcuni mi rimproverano che dire la Rete non deve diventare una televisione implicherebbe un giudizio ingiustificatamente troppo severo sul livello di libertà di espressione consentito in tv oggi in Italia, altri mi ricordano che Google non è e non deve essere sinonimo tout court o comunque modello unico della libertà d’espressione in Rete, in quanto ne avrebbe una convenienza economica.

Ora, sul secondo punto, non mi sembra di aver mai scambiato erroneamente Google per la Rete e se ho potuto dare questa impressione non era nelle mie intenzioni, il fatto che Google svolga attività a fini di lucro mi sembra sia noto a tutti ma questo che c’azzecca ? Peraltro, nel confermare il mio punto di vista sulla sentenza Vividown in attesa di poter leggere le motivazioni per esprimere un giudizio conclusivo, ribadisco che pur riconoscendo a Google di aver portato incredibile innovazione in Internet e trasferito valore agli utenti non ho, per altri versi, mai nascosto di provare “uno strano retrogusto”.

Ma era sul primo punto che volevo concentrarmi, ovvero il livello di libertà d’espressione in tv in Italia oggi: stasera La7 (Gruppo Telecom Italia) non manderà in onda la puntata de L’Infedele dedicata agli scandali relativi al riciclaggio di circa due miliardi di euro che ha coinvolto le società Fastweb e Telecom Sparkle, sul blog di Gad Lerner si può leggere questo botta e risposta tra l’editore e il giornalista:

Ho ricevuto dall’amministratore delegato di Telecom Italia Media la lettera seguente:

Caro Gad,
come da accordi telefonici del 27 febbraio u.s., Ti rappresento che ragioni di opportunità –anche al fine di non turbare in alcun modo le delicate indagini giudiziarie in corso e le eventuali misure cautelari al vaglio delle competenti Autorità Giudiziarie in relazione alla vicenda della società Telecom Italia Sparkle S.p.A.- mi consigliano di soprassedere, per ora, alla decisione presa da Te congiuntamente con il Direttore, da me approvata, di dedicare la puntata dell’Infedele del 1° marzo 2010 al tema del “riciclaggio per il tramite di società telefoniche”.
Cordiali saluti,
Giovanni Stella

E questa è la mia risposta:
Caro Gianni,
mantengo il dissenso che ti ho già manifestato. Ritengo che la trasmissione dell’Infedele da noi concordata secondo le procedure aziendali, e già pubblicizzata, non avrebbe turbato nè le indagini nè le decisioni che competono alla magistratura. Avrebbe informato e approfondito, come da otto anni usa L’Infedele anche su vicende riguardanti Telecom Italia e come spero torni a fare dopo lo spiacevole salto di una puntata. Ti ringrazio per la correttezza con cui riconosci la coerenza del mio operato al contratto e alla fiducia reciproca che ci legano.
Cordiali saluti,
Gad Lerner

C’è forse qualcosa da aggiungere ?

P.S.: sopra riprendo, sempre dal blog di Gad Lerner, la copertina de “L’Espresso” che nel 2007 dava notizia dell’inchiesta di cui si parla, e che compariva nel promo televisivo andato in onda su La7 per pubblicizzare la trasmissione che aihmè stasera non adrà in onda

No alla censura sulla Rete sull’onda dell’emozione dopo i fatti di domenica, le regole ci sono già

dicembre 16, 2009 alle 8:42 am | Pubblicato su DIRITTO, INTERNET | 2 commenti
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Bravo Severgnini ! il suo articolo, che riporto per esteso di seguito mi rappresenta totalmente, non ho da aggiungere altro, sono cose che abbiamo già detto più volte anche in questo blog, ma è un bene che ora le scriva, come si suol dire senza se e senza ma, anche un giornalista della sua portata, è un bene che l’articolo sia stato pubblicato oggi non solo sul web ma anche in prima pagina sul Corriere cartaceo, bravo quindi anche al Corriere. 

Chissà che un giorno non possa essere dato uno slot anche in prima serata a Porta a Porta per esprimere molto pacatamente tali opinioni. Questo sì che sarebbe un vero contributo a svelenire i toni esacerbati della politica.

Sarebbe veramente una iattura se domani, a seguito del deprecabile fatto di domenica e sull’onda dell’emozione più che su considerazioni adeguatamente riflettute, cosa che dovremmo sempre attenderci dal legislatore, il Ministro Maroni presentasse domani al Consiglio dei Ministri misure che rischierebbero di intaccare la libertà d’espressione in Rete, per colpire reati o comportamenti eventualmente lesivi sul piano civilistico le norme esistono già.

Web, altre regole non sono necessarie

La Rete non è stata né causa né strumento della violenza di domenica

Lanciarsi contro Internet perché qualcuno scaglia un souvenirappuntito al presidente del Consiglio appare bizzarro. La Rete non è stata né causa né strumento della violenza di domenica. E’ stato però il teatro delle conseguenze. Brutte. La crudeltà di chi festeggia il dolore altrui. La vigliaccheria di chi sparla e non firma. L’irresponsabilità di chi incita alla violenza — una tragedia che l’Italia ha conosciuto e non ha dimenticato. È arrivato il momento di mettere regole a Internet? Prima di rispondere, è bene che qualcuno si prenda la briga di capire — e poi di spiegare — a cosa le stiamo mettendo. La sensazione è che molti, tra quanti oggi maledicono Facebook e accusano Twitter, non siano mai entrati in un social network, non abbiamo mai inviato un tweet né cliccato il pulsante «pubblica» di un blog.

Vedremo cosa proporrà il ministro Maroni al Consiglio dei ministri, domani. «Misure delicate che riguardano terreni come la libertà di espressione sul Web e quella di manifestazione», ha anticipato. Speriamo non sia una norma inapplicabile come l’abolizione dell’anonimato (non ci sono riusciti i cinesi, che di censura se ne intendono); e neppure un decreto contro generici «siti estremisti». Cosa vuol dire, infatti, «estremista»? A giudicare dal dibattito (?) alla Camera di ieri, infatti, molti deputati definirebbero così l’homepage dei colleghi che non la pensano come loro. Non c’è bisogno, forse, di norme nuove. Ingiurie, minacce, apologia di reato, istigazione e delinquere: nel codice penale ci sono già, come ha scritto ieri Stella sul Corriere , e dovrebbero bastare. A meno di considerare la Rete come uno stadio virtuale: una zona franca dove comandano gli ultras, e tutto è lecito.

Per anni abbiamo difeso Internet distinguendo tra il mezzo e il messaggio (se qualcuno ci offende al telefono, non diamo la colpa al telefono; se qualcuno delira su Internet, perché prendersela con Internet?). Oggi — bisogna ammetterlo — le cose sono cambiate. Le interazioni del web 2.0 (blog, forum, chat, Wikipedia, YouTube, Facebook, Myspace, Twitter, eBay…) hanno creato un mondo. Internet non è più, come negli anni 90, un binario su cui viaggiano insieme il bene e il male (la solidarietà e la pedofilia, l’amicizia e la xenofobia). Luca Sofri lo ha spiegato ieri su wittgenstein. it : «Quando il mezzo ha una potenza quantitativa straordinaria, questa si riverbera sulla qualità delle cose e determina cambiamenti. Limitarsi a definirlo ‘neutro’ non è sufficiente».

Ci sono, poi, alcune caratteristiche italiane. Internet raccoglie giovani umori anti-berlusconiani che, in tv, non arriveranno mai; e sui giornali non hanno più (o ancora) voglia di arrivare. Alcuni legittimi e articolati; altri aggressivi e sgangherati. Ma è curioso notare come umori simili appaiano nei siti d’informazione, nei blog e nei social networks internazionali. I commenti, dopo l’aggressione di piazza Duomo, sono divisi quanto in Italia, se non peggio. Conduco Italians da 11 anni, conosco gli umori che girano nella Rete. So che esiste un cuore oscuro di Internet, ma ho imparato ad apprezzarne l’anima chiara e pulita. La Rete è il luogo dove qualcuno strilla «Ecce (d)uomo!», credendo d’essere spiritoso; ma dove Sabina Guzzanti, che spiritosa è davvero, ha messo frasi di buon senso nel suo blog. Facebook è il posto dove il gruppo «fan di Massimo Tartaglia» contava 68 mila iscritti, il giorno dopo l’aggressione; ma ora è sparito e altri gruppi che inneggiano allo squilibrato armato di souvenir sono rimasti senza amministratore. Lo stesso è accaduto ai gruppi farlocchi che, dopo aver cambiato nome, inneggiavano a Berlusconi. Chiusi. Twitter, che qualche giorno fa ha esordito anche in italiano, è il luogo dove si trovano centinaia di rimandi interessanti e commenti fulminanti in molte lingue. Quelli volgari e violenti basta non seguirli più (unfollow). Morale? Anche gli imbecilli hanno facoltà a esprimere la propria opinione, e in questi giorni — bisogna dire — se ne sono avvalsi. Basta non insultare, diffamare o minacciare. Per chi commette questi reati, ci sono la polizia postale e i magistrati. Vogliamo combattere gli eccessi di Internet? Benissimo: rendiamo più efficaci e rapidi i tribunali. Ma forse è meglio non dirle queste cose, in Italia. Appena si parla di giustizia, infatti, molti insultano e minacciano. Non in Rete: in Parlamento.

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