Iniziativa Vodafone: un comune al giorno leva il digital divide di torno ? sperem …

ottobre 7, 2010 alle 10:57 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | 3 commenti
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Vodafone ha annunciato ieri il progetto “1000 Comuni”, 1 miliardo di investimento per coprire con alta velocità mobile un comune al giorno a partire dal gennaio 2011 fino a un totale di 100o comuni, privilegiando quelli totalmente privi di accesso in banda larga. Agli utenti sarebbero garantiti almeno 2Mbps. Sul sito dedicato all’iniziativa si possono leggere ulteriori dettagli e segnalare i comuni in Digital Divide chiedendo che rientrino nel progetto di Vodafone, mah ! non hanno già un piano preciso ?!

In ogni caso, in attesa che si sblocchi finalmente qualcosa sulla rete fissa in fibra, mi sembra che l’iniziativa sia da salutare favorevolmente. C’è da precisare che non sono flat e, beninteso, non è che sia un’iniziativa sociale di Vodafone, ma questo, d’altra parte, può essere visto positivamente e aprire la concorrenza, smuovendo finalmente l’ex monopolista anche nelle zone considerate – impropriamente a mio avviso – “a fallimento di mercato” …

Il Quinta sul suo blog commenta così: Sull’annuncio di Vodafone di oggi

Dunque…, sotto trovate la trascrizione del mio livetwitting di oggi (da leggere in ordine inverso).

1000 comuni in poco piu’ di 3 anni, uno al giorno, coperto in 3,5G. (1Bn mi sembra tanto, ma avranno fatto i loro conti) come business on top alla normale attivita’

Commenti: Bene la riduzione del DD, tanta gente sara’ grata. Il business case sicuramente non è favorevole come quello del business as usual. Una conseguenza diretta e’ che adesso non ci sono piu’ aree a fallimento di mercato e quindi non ci possono essere piu’ interventi pubblici da stato o regioni di sostegno alle imprese per la eliminazione del digital divide. Tremonti ringrazia..

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Chiappe irlandesi vs Google Street View … ma ROTFL !

ottobre 6, 2010 alle 10:31 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | 2 commenti
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Via Quinta scusate ma mi ha fatto troppo ridere:

Chiappe all’aria contro Google Street view in irlanda.

TelecomTV | News | Bottoms Up! Irish over the moon as Google’s Street View arrives in the Emerald Isle.

In time-honoured celtic fashion several inhabitants of the port of Dun Laoghaire, just south of Dublin, demonstrated their dislike of and contempt for vehicles equipped with Street View’s intrusive cameras by the traditional dropping of the drawers and the showing of the naked bottoms to be photographed in living colour for all the world to see

Contributi di disattivazione – mmm … a casa mia si chiamano penali

ottobre 5, 2010 alle 11:28 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, TELECOMUNICAZIONI | 14 commenti
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La legge Bersani è dell’aprile 2007, il suo articolo 1, comma 3 recita come segue:
I contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facolta’ del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore e non possono imporre un obbligo di preavviso superiore a trenta giorni. Le clausole difformi sono nulle, fatta salva la facolta’ degli operatori di adeguare alle disposizioni del presente comma i rapporti contrattuali gia’ stipulati alla data di entrata in vigore del presente decreto entro i successivi sessanta giorni.
Oggi è il 5 ottobre 2010 e ieri Altroconsumo ha diffidato Fastweb, Telecom, TeleTu, Tiscali, Vodafone, Wind Infostrada perchè ritiene che nelle loro condizioni generali sussistano ancora clausole in evidente contrasto con la norma di cui sopra, anche se non si parla più di penali ma di contributi di disattivazione ma la sostanza aihmè non cambia … di più nel Comunicato stampa di Altroconsumo che vedete qui sotto:
Vecchie penali trasformate in “costi di disattivazione”. Altroconsumo diffida le compagnie telefoniche: basta vessare i consumatori
04-10-2010

Oltre mille segnalazioni ricevute nel 2010 su costi di disattivazione – dai 40 ai 100 euro a testa – richiesti dalle compagnie telefoniche agli utenti che vogliono disdire il contratto. Altroconsumo ha inviato oggi a sei operatori di telefonia fissa – Fastweb, Telecom, TeleTu, Tiscali, Vodafone, Wind Infostrada, una diffida formale per i costi legati al recesso dal contratto, un prezzo da pagare ritenuto improprio e lesivo della libertà di concorrenza dalla norma Bersani e abolito per non penalizzare più gli utenti.

Dall’analisi delle clausole dei contratti emergono condizioni dal contenuto vessatorio nei confronti del consumatore, chiamati “contributi di disattivazione” o costi aggiuntivi per il noleggio di apparecchi forniti (modem, decoder) che possono far arrivare la chiusura del contratto a spese ben oltre i 100 euro. Segnalata anche la pratica dell’acquisto coatto. Se la disdetta del rapporto contrattuale avviene entro il primo o i primi due anni, il consumatore è obbligato non a restituire gli strumenti noleggiati ma ad acquistarli a cifre già stabilite. In pratica una penale mascherata.

La diffida ai sei operatori è stata formulata secondo l’art. 140 del Codice del Consumo. Se le condizioni contrattuali non saranno riviste e modificate, e se gli operatori non cesseranno di esigere la loro applicazione da chi ha già un contratto, Altroconsumo passerà alle sedi giudiziarie per vedere rispettati i diritti degli utenti.

Dividendo digitale … a chi andrà ?

ottobre 5, 2010 alle 8:46 am | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, TELECOMUNICAZIONI | Lascia un commento
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Ieri rapito da una giornata romana non sono potuto andare all’interessante seminario dell’Istituto Bruno Leoni dal titolo “Dal mercato nero al mercato vero: migliorare le frequenze liberalizzando l’uso“, dove si è parlato di dividendo digitale, il nome che si dà al “guadagno” o al “recupero” di frequenze sottratte, nei vari paesi del mondo, allo spettro allocato alla trasmissione in etere della TV analogica. Il tema è attualmente al centro di intense discussioni, nelle sedi regolatorie nazionali ed europee, il nostro Paese – come noto – parte da una situazione del tutto peculiare …

A giudicare dall’intervento – mai scontato – di Stefano Quintarelli che riporto di seguito il dibattito dovrebbe essere stato scoppiettante, peccato non essere stato lì (:

Ho fatto un breve intervento che ho iniziato con una provocazione che non lo è poi tanto, ovvero che lo spettro non esiste.

Ho fatto qualche piccolo esempio ed analogia per dire che esistono molti criteri di regolamentazione di diritti d’uso di dispositivi che trasmettono sfruttando onde elettromagnetiche, tra cui:

  • nessuna assegnazione esclusiva (su bande ristrette come il wifi o su bande ampie come l’UWB)
  • assegnazione esclusiva (come le frequenze licenziate)
  • assegnazione con licenze temporanee (come il white spectrum negli USA)
  • nessuna assegnazione (per le radio cognitive)
  • e altri se ne possono inventare

e questi modelli non si escludono ma convivono e non e’ detto che comportamenti socialmente auspicabili si ottengano con meccanismi previsti dalla teoria (speranza riduzione del digital divide fatto con frequenze licenziate (wimax) invece realizzato su frequenze non licenziate (tipicamente hiperlan))

ho detto che il dividendo digitale (soldi per lo stato dalla liberazione di frequenze dap passaggio da TV analogica a digitale) non è detto che sia un comportamento socialmente desiderabile, di certo non lo è stato quando nel 2003 sono state assegnate gratuitamente le frequenze del TACS agli operatori esistenti.

ho concluso dicendo che un meccanismo che secondo me si adatterebbe meglio è assegnare diritti per un determinato fine e non sul mezzo, considerando gli usi previsti per quei dispositivi, dato che la tecnologia cambia sempre piu’ velocemente.

per chiarire: all’editore di Telepippo è stata data una frequenza di “un canale TV” quando in realtà a lui ciò che interessava era far apparire sugli schermi degli spettatori uon stream video che emetteva dalla sua regia. Quando, per effetto del passaggio al DTT, in quel “canale TV” ce ne stanno 8 di stream video, questo è il senso dell’assegnazione dell’epoca ?

e se domani (invento) avessimo una sola grande rete di trasporto che fa girare pacchetti dove ogni broadcaster ha diritto ad inserire i suoi dati in quelli con il numero della sua licenza ? (il broadcaster 16 inserisce il suo stream nei pacchetti con id 16, il broadcaster 4 in quelli con id 4, e cosi’ via).

Se diamo concessioni per il mezzo e non per il fine ingessiamo lo status quo e limitiamo lo sviluppo.

Se qualcuno avesse dato a Marconi una concessione esclusiva per l’esercizio del telegrafo con la tecnologia dell’epoca, che usava tutto lo spettro per trasmettere solo bit on/off, avremmo tutto lo spettro (che comunque non esiste) assegnato  ad una sola tecnologia a 1 bit/s e non i 50 e piu’ miliardi di  bit/s  che riusciamo a spremere oggi.

Quindi, vanno bene tutti i meccanismi indicati, per determinati scopi desiderabili. Anche normare i dispositivi e non lo spettro (che non esiste) Ho fatto un breve intervento che ho iniziato con una provocazione che non lo è poi tanto, ovvero che lo spettro non esiste.

Ho fatto qualche piccolo esempio ed analogia per dire che esistono molti criteri di regolamentazione di diritti d’uso di dispositivi che trasmettono sfruttando onde elettromagnetiche, tra cui:

  • nessuna assegnazione esclusiva (su bande ristrette come il wifi o su bande ampie come l’UWB)
  • assegnazione esclusiva (come le frequenze licenziate)
  • assegnazione con licenze temporanee (come il white spectrum negli USA)
  • nessuna assegnazione (per le radio cognitive)
  • e altri se ne possono inventare

e questi modelli non si escludono ma convivono e non e’ detto che comportamenti socialmente auspicabili si ottengano con meccanismi previsti dalla teoria (speranza riduzione del digital divide fatto con frequenze licenziate (wimax) invece realizzato su frequenze non licenziate (tipicamente hiperlan))

ho detto che il dividendo digitale (soldi per lo stato dalla liberazione di frequenze dap passaggio da TV analogica a digitale) non è detto che sia un comportamento socialmente desiderabile, di certo non lo è stato quando nel 2003 sono state assegnate gratuitamente le frequenze del TACS agli operatori esistenti.

ho concluso dicendo che un meccanismo che secondo me si adatterebbe meglio è assegnare diritti per un determinato fine e non sul mezzo, considerando gli usi previsti per quei dispositivi, dato che la tecnologia cambia sempre piu’ velocemente.

per chiarire: all’editore di Telepippo è stata data una frequenza di “un canale TV” quando in realtà a lui ciò che interessava era far apparire sugli schermi degli spettatori uon stream video che emetteva dalla sua regia. Quando, per effetto del passaggio al DTT, in quel “canale TV” ce ne stanno 8 di stream video, questo è il senso dell’assegnazione dell’epoca ?

e se domani (invento) avessimo una sola grande rete di trasporto che fa girare pacchetti dove ogni broadcaster ha diritto ad inserire i suoi dati in quelli con il numero della sua licenza ? (il broadcaster 16 inserisce il suo stream nei pacchetti con id 16, il broadcaster 4 in quelli con id 4, e cosi’ via).

Se diamo concessioni per il mezzo e non per il fine ingessiamo lo status quo e limitiamo lo sviluppo.

Se qualcuno avesse dato a Marconi una concessione esclusiva per l’esercizio del telegrafo con la tecnologia dell’epoca, che usava tutto lo spettro per trasmettere solo bit on/off, avremmo tutto lo spettro (che comunque non esiste) assegnato  ad una sola tecnologia a 1 bit/s e non i 50 e piu’ miliardi di  bit/s  che riusciamo a spremere oggi.

Quindi, vanno bene tutti i meccanismi indicati, per determinati scopi desiderabili. Anche normare i dispositivi e non lo spettro (che non esiste)

Secondo la Cassazione oltre a blog e forum neanche i direttori di testate online registrate rispondono di omesso controllo … ma c’è di più

ottobre 3, 2010 alle 5:50 pm | Pubblicato su CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET | 7 commenti
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La sentenza della Cassazione Penale, sez. V, n. 35511/2010, subito rimbalzata agli onori della cronaca, e circa la quale segnalo, tra gli altri, i commenti di Scialdone, QuintarelliMantellini e soprattutto Sarzana farà sicuramente ancora molto discutere, in estrema sintesi dice questo: oltre ai proprietari di blog e forum neanche il direttore resposnsabile di una testata online registrata risponde del delitto colposo di cui all’art art. 57 del Codice Penale, ovvero se omette di esercitare sul contenuto del periodico da lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati.

Vale la pena leggerla anche perchè a mio avviso c’è in nuce molto di più di quanto ho appena detto, il che peraltro già basterebbe ampiamente per renderla assoltamente degna di nota, la trovate qui per esteso pubblicata dal sito Merateonline, testata giornalistica telematica registrata peraltro oggetto stesso della sentenza. Sempre su Merateonline un editoriale rivela alcuni retroscena del caso utili per comprendere meglio:

… Brevissimo riassunto. Nell’estate 2001 (Mol è nata il 1 giugno 2000)  appare ( ?!? ) nella rubrica “Email ” la lettera di un lettore con la quale si insinua che la notizia della buste contenente proiettili   ricevute da Roberto Castelli e Giuseppe Magni è una bufala e che i due protagonisti della politica locale e nazionale l’avrebbero diffusa per farsi pubblicità. I due querelano, anche se poi Castelli spontaneamente ritira la denuncia. Giuseppe Magni no. Il direttore di Merateonline casca dalle nuvole e dichiara che non risulta che la lettera sia mai apparsa sul sito di Merateonline. Quindi non l’ha vista, non l’ha letta e non ne ha mai  autorizzato la pubblicazione. Claudio Brambilla teme sia avvenuto un accesso non autorizzato da parte di un hacker che ha operato  dall’esterno e presenta un esposto denuncia alla Procura di Lecco contro ignoti.
La sentenza di primo grado condanna Brambilla per omesso controllo. Il giudice Magliacani sorvola sull’assenza di alcuna prova certa che la lettera sia effettivamente apparsa sul sito. C’è una chiara sentenza della Cassazione, la 2912 del 16 febbraio 2004, che afferma la totale inattendibilità dell’esibizione di un foglio stampato tratto dalla schermata di  un sito web se non certificato da un notaio o da un pubblico ufficiale che ne confermi l’origine e  la data sia di pubblicazione che si stampa. Castelli e Magni hanno prodotto in giudizio solo una fotocopia di un testo non identificabile. Può averlo confezionato chiunque, in  momento  qualunque e per un qualsivoglia motivo. Manipolare un sito internet è facilissimo, basta conoscere un codice di accesso ed è fatta. Non è così per i giudici di Lecco e Milano e bisogna attendere la Suprema Corte per rimettere in linea fatti e ragionamenti, ivi inclusa una piccata censura sulle carenze procedurali e sugli aspetti gestionali del processo di primo grado.
Al Palazzaccio l’avvocato Giorgio Enea Vigevani del Foro di Milano – padre del professor  Giulio Enea Vigevani, amico di Merateonline, docente all’Università Milano Bicocca  ed entrambi cultori ed esperti di diritto della comunicazione e della informazione – insiste, ribadisce e argomenta sull’aspetto della inaffidabilità della prova e rilancia gli elementi di diritto, con motivazioni di tale pregnanza che, se accolte dalla Corte, sono destinati a spiazzare il mondo del giornalismo italiano. Che è quello che poi è accaduto. L’avvocato Vigevani e il suo corrispondente romano, avvocato Gildo Ursini, sostengono che il delitto colposo previsto e sanzionato all’articolo 57 codice penale è fattispecie che rimane circoscritta alla carta stampata e non si può estendere, in via astratta, ad ogni diversa  forma di comunicazione …

E, in effetti, al di là dell’aspetto inerente l’attendibilità della prova del reato tutto specifico al caso di specie, è sulla seconda censura mossa dagli avvocati del direttore responsabile di Merateonline che si concentra la Cassazione: l’inapplicabilità tout court dell’art 57 Codice Penale ad una testata telematica, in questo aspetto sta la parte rilevante e innovativa della sentenza:

Ad abundantiam si può ricordare che l’art. 14 D. Lsvo 9.4.2003 n. 70 chiarisce che non sono responsabili dei reati commessi in rete gli access provider, i service provider e -a fortiori- gli hosting provider (cfr. in proposito ASN 200806046-RV 242960), a meno che non fossero al corrente del contenuto criminoso del messaggio diramato (ma, in tal caso, come è ovvio, essi devono rispondere a titolo di concorso nel reato doloso e non certo ex art 57 cp). Qualsiasi tipo di coinvolgimento poi va escluso (tranne, ovviamente, anche in questo caso, per l’ipotesi di concorso) per i coordinatori dei blog e dei forum. Non diversa è la figura del direttore del giornale diffuso sul web.

Ora, personalmente accolgo molto favorevolmente il fatto che la Cassazione ribadisca il dettato del D. Lsvo 9.4.2003 n. 70 (che ha dato attuazione in Italia alla c.d. direttiva sul commercio elettronico) e ne faccia conseguire l’irresponsabilità di coordinatori di blog e forum per quanto concerne l’art. 57 del Codice Penale, tuttavia il dire che la stessa cosa vale anche e allo stesso modo per i direttori responsabili di testate online registrate apre scenari del tutto nuovi e, a mio avviso, rimette all’ordine del giorno la mai risolta contraddizione tra il portato della legge 62/01, che equipara i siti web che forniscono informazione quotidiana ai veri e propri giornali cartacei, con tutti i relativi obblighi, e il  D. Lsvo 9.4.2003 n. 70 stesso, introdotto nel nostro Ordinamento due anni più tardi, nella parte in cui precisa che la registrazione della testata editoriale telematica è obbligatoria esclusivamente per le attività per le quali i prestatori del servizio intendano avvalersi delle provvidenze previste dalla legge 7 marzo 2001, n. 62. La cosa mi riporta ad accese discussioni di una decina di anni fa e, in tal senso, va sottolineato questo altro passaggio della sentenza:

Da ultimo, va considerata anche la implicita voluntas legis, atteso che, da un lato, risultano pendenti diverse ipotesi di estensione della responsabilità ex art 57 cp al direttore del giornale telematico (il che costituisce ulteriore riprova che -ad oggi- tale responsabilità non esiste), dall’altro, va pur rilevato che il legislatore, come ricordato dal ricorrente, è effettivamente intervenuto, negli ultimi anni, sulla materia senza minimamente innovare sul punto. Invero, né con la legge 7 marzo 2001 n. 62, né con il già menzionato D.Lsvo del 2003, è stata effettuata la estensione della operatività dell’art. 57 cp dalla carta stampata ai giornali telematici, essendosi limitato il testo del 2001 a introdurre la registrazione dei giornali on line (che dunque devono necessariamente avere al vertice un direttore) solo per ragioni amministrative e, in ultima analisi, perché possano essere richieste le provvidenze previste per l’editoria (come ha chiarito il successivo D. Lsvo).

E’ proprio su questa base che la Cassazione ha dunque concluso che:

Allo stato, dunque, “il sistema” non prevede lo punibilità ai sensi dell’art 57 cp (o di un analogo meccanismo incriminatorio) del direttore di un giornale on line.

Se questo è – come appare difficile negarlo – il ragionamento della Cassazione che fa cadere l’applicabilità dell’art. 57 cp alle testate online e i loro direttori quello che mi chiedo allora è perchè mai non dovrebbero cadere in riferimento a loro anche tutti gli altri obblighi previsti dalla legge n. 62 del 2001 ? D’altra parte è la stessa sentenza in un precedente passaggio a chiarire che:

Bisogna pertanto riconoscere la assoluta eterogeneità della telematica rispetto agli altri media, sinora conosciuti e, per quel che qui interessa, rispetto alla stampa.

E’ dunque possibile che con questa sentenza della Cassazione si possa aprire un varco per mettere in discussione l’intera applicabilità della normativa sull’editoria e sui prodotti editoriali di cui alla legge n. 62 del 2001 non solo a blog e forum (come è avvenuto nel recente acceso dibattito sull’ipotesi abbastanza assurda di introdurre l’obblogo di rettifica anche per i blog) ma anche a testate online registrate ? Se fosse così non sono sicuro di esserne tanto felice, si negherebbe infatti loro in tal modo la stessa dignità e soprattutto le stesse alte tutele della carta stampata, con il rischio, ad esempio, di dover sottostare a repentini sequestri, come è già capitato a vari blog.

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