Altroconsumo replica a SIAE: perchè i cittadini italiani dovrebbero offrirle un caffè ogniqualvolta acquistano un cellulare ?

gennaio 19, 2010 alle 7:23 pm | Pubblicato su - Equo Compenso, CONSUMATORI, DIRITTO, INTERNET, PROPRIET INTELLETTUALE | Lascia un commento
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Altroconsumo ribatte punto per punto alla replica del Direttore Generale della Siae Gaetano Blandini circa la valutazione dell’impatto del Decreto Bondi sulle tasche degli italiani effettuata dall’associazione

Riporto il tutto anche di seguito:

(Siae) Il compenso che va a chi ha creato una canzone o un film quando questa canzone viene gratuitamente riprodotta con gli innumerevoli prodotti tecnologici che abbiamo a disposizione, non è una tassa, ma è un equo compenso, la remunerazione di chi crea e le opere e di chi investe e produce nella cultura.

(Altroconsumo) Il meccanismo dell’equo compenso ci è sempre stato ben chiaro in tutta la sua approssimazione (poiché non è basato sull’effettivo danno causato ai detentori dei diritti dalle copie private, ma su semplici presunzioni). Estenderlo a tutti i dispositivi elettronici dotati di memoria lo ha reso ancora più iniquo (specie dove il diritto alla copia sia già previsto e remunerato da licenze) e poco trasparente: la stessa redistribuzione delle somme provenienti dall’equo compenso, infatti, avviene sulla base di meccanismi poco accessibili e buona parte del denaro viene assorbito dai costi strutturali e amministrativi della stessa Siae.

(Siae) Le stime sui futuri incassi che circolano in rete sono pura fantasia.

(Altroconsumo) Quali sono allora le stime della Siae? Non sarebbe stato più corretto verificare subito l’ammontare dell’effettivo danno ingenerato agli aventi diritto dalle copie private e non solo il danno presunto?

(Siae) Rapportare in generale il compenso per copia privata alla capacità di registrazione costituisce, peraltro, il metodo più diffuso nei Paesi di area euro.

(Altroconsumo) Tale metodo conduce a risultati aberranti e, proprio per questo, si discute molto, proprio a livello europeo, della legittimità della sua applicazione. Davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea pende una domanda pregiudiziale relativa proprio ai poteri degli Stati membri nella determinazione dei criteri cui ispirare la disciplina nazionale sull’equo compenso.

(Siae) In Europa tutti i prodotti che permettono la copia delle opere prevedono da anni il compenso. In Francia i compensi dal 2008 sono il 50% più alti di quelli stabiliti dal decreto e in Spagna, ad esempio su il cellulare, il compenso è di 1 euro e 10, in Croazia è di 1 euro e 37 centesimi. Il compenso stabilito dal decreto in Italia è 0,90, il prezzo minimo di un caffè.

(Altroconsumo) Facciamo grossa difficoltà a comprendere il motivo per il quale i cittadini italiani dovrebbero essere costretti ad offrire un caffè alla Siae ogniqualvolta acquistano un cellulare. Una delle più rilevanti assurdità del decreto sta proprio nell’estensione del prelievo a cellulari, pc, decoder, game console che non hanno come funzionalità principale la duplicazione di contenuti digitali. In Europa, come ha avuto modo di ricordare Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, 23 Paesi su 27 non prevedono alcun compenso sui cellulari mentre i pc sono tassati in un solo Paese e nessuno tassa le game console.

(Siae) Il consumatore italiano dovrebbe stare attento ai prezzi dei prodotti e chiedersi, ad esempio, come mai in Italia su alcuni prodotti, per i quali prima del decreto non era previsto nessun compenso, si pagava un prezzo maggiore per gli stessi venduti in Francia, dove il compenso per copia privata era già da tempo applicato.

(Altroconsumo) Queste sono considerazioni che riguardano l’analisi dei mercati e della concorrenza e nulla hanno a che fare con l’equo compenso. Il problema è semmai che gli importi da versare a questo titolo, se rapportati alla capacità di memorizzazione, rischiano di divenire, rapidamente addirittura superiori al prezzo di mercato di supporti e dispositivi.

(Siae) Gli incassi per copia privata del 2008 sono stati 61 milioni di euro e per il 2009 la cifra sarà ancora più bassa. Questo perché prima di questo decreto, ad esempio, le memorie, che ognuno di noi utilizza quotidianamente per riprodurre opere protette dal diritto d’autore, non erano comprese. In questi anni lo sfruttamento delle loro opere tramite le nuove tecnologie è aumentato in maniera esponenziale, ma a tale sviluppo e diffusione commerciale delle tecnologie non è corrisposta una tutela dei diritti d’autore. In buona sostanza il diritto di copia privata invece di finire legittimamente nelle tasche degli autori e degli editori e di altri titolari dei diritti, finiva nelle tasche sbagliate e questo è accaduto per sei anni senza dare attuazione ad una direttiva europea e ad una legge dello Stato.

(Altroconsumo) Gli oltre 70 milioni di euro del 2007, ma anche i 61,7 milioni del 2008 incassati dalla Siae a titolo di equo compenso non possono dirsi bruscolini. Quello che preoccupa invece è il commento rispetto a tale lieve calo degli incassi leggibile nella relazione al bilancio Siae 2008: “Il settore continua ad essere in sofferenza, in considerazione della crisi generale e della progressiva dismissione delle ditte che svolgono attività soggette a copia privata.” Siae, cioè, ammette che la copia privata ha di fatto soffocato i settori che la alimentavano e ha ora bisogno di nuovi mercati da aggredire: “la ripresa del settore potrà pertanto avvenire ove si assoggettassero al prelievo anche i nuovi prodotti e si intensificassero i controlli suol territorio”. Uno dei rischi concreti è che in questo modo si favorirà il mercato parallelo non più solo per cd e dvd vergini ma anche per tutti gli altri supporti e apparecchi.

(Siae) Lo sviluppo dell’industria degli strumenti di comunicazione e dei servizi non può essere realizzata a danno degli autori editori e produttori dei contenuti creativi dalla cui utilizzazione le industrie traggono alimento.

(Altroconsumo) La macchina Siae nel 2008 è costata oltre 187 milioni di euro. A nostro avviso il sistema culturale italiano non può permettersi di supportare costi di questo genere ed è, d’altro canto, facile immaginare che se Siae operasse in un mercato aperto anziché in posizione di monopolio i costi di esercizio si ridurrebbero rapidamente e drasticamente.

(Siae) Qui non si tratta di “dare soldi alla Siae”. Incassando e ripartendo per legge i compensi per copia privata la Siae tutela non solo i legittimi interessi degli autori, ma anche quelli di tutta la filiera dei detentori di diritti.

(Altroconsumo) Sempre dal bilancio 2008 si rileva che la Siae ha circa 650 milioni in disponibilità liquide e 336 milioni di immobilizzazioni finanziarie. Insieme fanno il 77% del patrimonio. In altri termini, 3/4 del patrimonio Siae è costituito da depositi presso conti correnti e conti titoli. Il motivo di così tanta liquidità sta proprio nell’attività di Siae: la società raccoglie i diritti, li deposita in propri conti e solo in un secondo tempo li distribuisce ai legittimi titolari. Se si considera che i diritti distribuiti ammontano ogni anno a poco meno di 700 milioni di euro, si capisce per quale ragione Siae disponga di tanta liquidità. E’ dunque vero che, come si legge nel bilancio “tale componente reddituale, benché di natura finanziaria, va annoverata fra i proventi tipici del business” ma, proprio per questo motivo, è tanto più grave quell’investimento in 40 milioni di euro in Lehman che si è trasformato in una perdita patrimoniale secca di 35 milioni. Questo, nei fatti, non costituisce un investimento effettuato dalla società, ma di una speculazione fallimentare compiuta con i soldi degli autori. Tale defaillance, pertanto, si configura come un gravissimo errore di gestione per il quale sarebbe auspicabile avviare una indagine parlamentare.  

Giusta l’idea di una inchiesta parlamentare sulla SIAE, che ne pensate ?

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